Articolo Pubblicato il 25 giugno, 2020 alle 10:30.

Con l’ordinanza n. 11431/20 depositata il 15 giugno 2020 la Cassazione è entrata nella caldissima questione del rapporto avvocato-cliente, che non di rado sfocia in contenziosi o in duri contrasti soprattutto quando ci sono di mezzo parcelle o revoche.

La Suprema Corte nella circostanza ha ribadito un principio importante a tutela dell’assistito, e cioè il diritto di ricevere copia di tutti gli atti di causa, non solo della sentenza, pena la giustificata mancata corresponsione del compenso pattuito.

Un principio di cui chi si avvale di assistenza legale deve tenere ben presente.

 

Un legale fa causa al cliente chiedendo il pagamento delle sue competenze

Nel caso di specie, questa volta, nel dicembre del 2017, è stato un legale ad agire in giudizio presso il tribunale di Nola nei confronti di una grossa azienda campana sua cliente per ottenere il pagamento delle competenze professionali reclamate, pari a 3.700 euro, per l’attività di difesa tecnica che aveva svolto per conto della sua assistita in un procedimento innanzi al medesimo tribunale. Il quale però, con ordinanza del giugno 2018, aveva respinto la domanda in ragione della mancata consegna da parte del legale al cliente degli atti di parte e dei verbali di causa.

L’avvocato ha quindi proposto ricorso per Cassazione, lamentando “violazione e falsa applicazione degli artt. 1175, 1337, 1353, 1366, 1375 e 1460 c.c., nonché 2 Cost.” e “violazione dei criteri di interpretazione della volontà contrattuale di cui agli artt. 1362 ss. c.c.”.

Secondo il ricorrente, il Tribunale, nell’affermare la sussistenza di una condizione sospensiva al cui solo realizzarsi il pagamento della prestazione a suo favore sarebbe divenuta esigibile, non avrebbe considerato che “condizione sospensiva è quella alla quale viene subordinata l’efficacia iniziale del contratto, non di una delle obbligazioni in un rapporto sinallagmatico”.

In altre parole, la mancata trasmissione della produzione di parte e la copia dei verbali di causa non poteva assurgere a rango di condizione sospensiva, non trattandosi di un evento futuro e incerto.

La lettura del Tribunale, inoltre, secondo il legale, si sarebbe posta in contrasto con la previsione del termine di venti giorni per la trasmissione della documentazione, con il principio di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto e con la necessaria interpretazione integrale e sistematica del contratto di affidamento dell’incarico.

 

La Suprema Corte respinge il ricorso: il legale non ha consegnato parte degli atti di causa

Secondo gli Ermellini, tuttavia, il ricorso non può essere accolto. La Cassazione osserva il come tribunale avesse giustamente rilevato che il compenso dell’attività svolta dal ricorrente trovava la sua regolamentazione nel contratto concluso tra le parti e che “la corresponsione del compenso veniva sottoposta alla condizione sospensiva della consegna della documentazione” in questione. Ragion per cui la pretesa creditoria non era esigibile per non avere la parte ricorrente consegnato la documentazione richiesta.

Né, secondo i giudici di merito, si poteva ritenere che “alla mancata produzione della documentazione potesse supplirsi con la produzione della sentenza che ha definito il giudizio”.

La Cassazione ammette le ragioni del ricorrente nel ritenere impropria la qualifica di condizione sospensiva in relazione all’adempimento di cui alla clausola in oggetto (secondo cui “a conclusione del grado di giudizio, il difensore incaricato si impegna, inoltre, a trasmettere alla società, entro venti giorni dal deposito della sentenza, copia conforme della stessa, la produzione di parte e i verbali di causa“), con la conseguenza di cui alla clausola successiva del contratto (“il pagamento della parcella è subordinato alla trasmissione della documentazione di cui al punto che precede“).

Non si tratta infatti, spiega la Cassazione, di un “avvenimento futuro e incerto” ai sensi dell’art.1353 c.c. e la mancata trasmissione della documentazione non incide pertanto sull’efficacia del vincolo negoziale, ma solo sul tempo dell’adempimento della specifica prestazione del pagamento.

 

Dalla sola sentenza non emerge l’attività svolta dal legale

L’impropria qualificazione, tuttavia, proseguono i giudici del Palazzaccio, “non ha inciso sulla correttezza del decisum del Tribunale, che ha affermato la non esigibilità del pagamento a fronte della mancata consegna degli atti di parte e dei verbali di causa, consegna rispetto alla quale il termine di venti giorni fissato nella richiamata clausola è stato evidentemente dal Tribunale ritenuto non essenziale”.

Il ricorrente, infatti, si era limitato a produrre la sentenza, dalla cui lettura, sottolineano infine i giudici, “non emerge se sia o meno stata svolta attività istruttoria né si evince la partecipazione effettiva del legale alle udienze. Ciò comporta che, trattandosi di termine di esigibilità ed essendo stata ritenuta ammissibile – ma inadempiuta – l’esecuzione in sede giudiziale del suo presupposto (esibizione della documentazione), era ineccepibile il rigetto rebus sic stantibus”.

Il ricorso dell’avvocato pertanto è stato respinto.