Articolo Pubblicato il 10 febbraio, 2020 alle 14:24.

Nel caso di un incidente sul lavoro la giurisprudenza ha a più riprese affermato le responsabilità in capo anche al committente dell’appalto.

Un principio ribadito e rafforzato anche dalla sentenza n. 5113/2020, depositata il 7 febbraio 2020, con la quale la Corte di Cassazione ha chiarito che questa responsabilità ha valenza anche per il periodo precedente all’entrata in vigore del “Duvri”, il Documento Unico di Valutazione dei Rischi da Interferenze.

 

Condannati per omicidio colposo datore di lavoro e committenti

La Corte di Appello di Venezia, in parziale riforma della sentenza di primo grado, riconosciuta a tutti gli imputati la circostanza attenuante di cui all’art. 62 n. 6 cod. pen., aveva rideterminato la pena in un anno e due mesi di reclusione nei confronti del datore di lavoro di un operaio deceduto a causa di un terrible infortunio e di 7 mesi nei riguardi dei due committenti-appaltanti, presidente e vice-presidente di un cantiere navale nel Rodigino (in foto).

Il lavoratore, infatti, era rimasto carbonizzato nell’incendio verificatosi all’interno del doppio fondo della nave in costruzione, avvenuto per la presenza di ossigeno e di scintille causate dalla smerigliatrice usata per eliminare le vernici ed effettuare un taglio a mezza luna, con colpa consistita per il suo titolare nelle violazioni degli artt. 9, 20 e 21 del d.P.R. n. 303 del 1956 (ora sostituiti dall’allegato IV del d.lgs. n. 81 del 2008, punti 1.9.1.1., 2.1.4.-bis e 2.2) e degli artt. 250 e 387 del d.P.R. n. 547 del 1955 (capi di imputazione D,E,0); per i due committenti nella violazione dell’art. 7 del d.lgs. n. 626 del 1994 (oggi confluito nell’art. 26 del d.lgs. n. 81 del 2008) e, cioè, nella mancata valutazione delle attività concorrenti e delle forniture messe a disposizione ai lavoratori, che avrebbero dovuto comprendere un adeguato impianto di ventilazione.

 

Gli imputati ricorrono per Cassazione

Contro questa sentenza hanno proposto ricorso per cassazione tutti e tre gli imputati con diversi motivi di doglianza. Quello che qui interessa è uno di quelli addotti dai committenti, che hanno contestato l’inosservanza degli artt. 26, comma 3, del d.lgs. n. 81 del 2008, 7 del d.lgs. n. 626 del 1994 e della I. n. 123 del 2007 e 296 del 2006 ed il vizio di motivazione sul punto, insistendo per la prevalenza dell’assoluzione nel merito rispetto a quella per intervenuta prescrizione, attesa l’inapplicabilità ai fatti oggetto di causa del d.lgs. n. 81 del 2008, della I. n. 123 del 2007 e 296 del 2006 e la conseguente erroneità dell’affermata necessità del Duvri, fondata anche sulla confusione tra attività concorrenti e compresenza di autonome attività, e dell’affermata necessità per il committente di verificare le attrezzature e la formazione fornita dall’appaltatore ai suoi dipendenti.

La Suprema Corte respinge il ricorso

La Cassazione però ha respinto il ricorso, cogliendo l’occasione di chiarire tutta una serie di aspetti.

Il giudice di appello – recita la sentenza – ha risposto alle doglianze dell’atto di appello di (omissis) facendo applicazione dell’art. 7 della d.lgs. n. 626 del 1994 nella formulazione successiva a quella in vigore all’epoca dei fatti”. Originariamente, infatti, la disposizione in esame stabiliva testualmente che: “il datore di lavoro, in caso di affidamento dei lavori all’interno dell’azienda, ovvero dell’unità produttiva, ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi: verifica, anche attraverso l’iscrizione alla Camera di commercio, l’idoneità tecnico-professionale delle imprese appaltatrici o dei lavoratori autonomi in relazione ai lavori da affidare in appalto o contratto d’opera; b) fornisce loro dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui sono destinati a operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività; nell’ipotesi di cui al comma 1 i datori di lavoro:

  • a) cooperano all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro incidenti sull’attività lavorativa oggetto dell’appalto;
  • b) coordinano gli interventi di protezione e prevenzione dai rischi cui sono esposti i lavoratori, informandosi reciprocamente anche al fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese coinvolte nell’esecuzione dell’opera complessiva; il datore di lavoro committente promuove la cooperazione ed il coordinamento di cui al comma 2, ma tale obbligo non si estende ai rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o dei singoli lavoratori autonomi“.

 

In effetti il Duvri è entrato in vigore dopo l’incidente

In questa versione – ammettono gli Ermellini -, vigente ratione temporis, non era, dunque, previsto l’obbligo di redigere il Duvri, obbligo introdotto solo a decorrere dal 25 agosto 2007, con le modifiche apportate dalla I. n. 123 del 2007, che ha sostituito la seconda lett. b dell’art. 7”.

Questo il nuovo testo: “i datori di lavoro coordinano gli interventi di protezione e prevenzione dai rischi cui sono esposti i lavoratori, informandosi reciprocamente anche al fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese coinvolte nell’esecuzione dell’opera complessiva; il datore di lavoro committente promuove la cooperazione ed il coordinamento di cui al comma 2, elaborando un unico documento di valutazione dei rischi che indichi le misure adottate per eliminare le interferenze; tale documento è allegato al contratto di appalto o d’opera; le disposizioni del presente comma non si applicano ai rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o dei singoli lavoratori autonomi“.

 

Ma ciò non fa venire meno le responsabilità del committente, che doveva fornire l’ossigeno

Tuttavia, l’erroneo riferimento del giudice di appello a tale disciplina (ed alla necessità di un unico documento di valutazione del rischio) “non inficia la correttezza della decisione, tenuto conto dell’integrazione della motivazione della sentenza di primo grado con quella di secondo grado, laddove conformi – sottolinea la Suprema Corte – La responsabilità della società committente, risulta, difatti, fondata, alla luce della sentenza di primo grado, sull’obbligo specificamente assunto, in base ai contratti conclusi, dalla committente e dalla sub-committente nei confronti dell’appaltatore e del sub-appaltatore, di fornitura di energia elettrica, gas ed ossigeno, sicché l’assenza di sufficienti apparecchi, strumentali all’areazione dei locali ed al rifornimento di ossigeno (causa dell’infortunio, secondo la ricostruzione effettuata dai giudici di merito) integra la concretizzazione di un rischio interferenziale, la cui gestione gravava proprio sulla committente, che aveva il compito di assicurare aspiratori e ventilatori alle imprese operanti sull’imbarcazione e conseguentemente di coordinarne l’uso.

La Cassazione ricorda peraltro come nella sentenza di primo grado del Tribunale si fosse inoltre evidenziato che le lavorazioni eseguite dalla ditta appaltatrice, per la quale operava la vittima, presentavano un rischio che non era esclusivamente proprio e specifico di tale impresa, in quanto “l’intera costruzione della nave comportava pericoli collegati all’esecuzione di operazioni in ambienti angusti (in particolare pericolo di sviluppo di gas tossici e polveri ed altresì di incendio)”.

Non è, pertanto pertinente la giurisprudenza, richiamata nel ricorso, secondo cui la cooperazione non può intendersi come obbligo del committente di intervenire in supplenza dell’appaltatore tutte le volte in cui costui ometta, per qualsiasi ragione, di adottare misure di prevenzione prescritte a tutela soltanto dei suoi lavoratori, risolvendosi in un’inammissibile ingerenza del committente nell’attività propria dell’appaltatore – concludono i giudici del Palazzaccio – Ad ogni modo, nel caso di specie, il giudice di primo grado ha evidenziato un’ingerenza della committente nei lavori delle imprese operanti sull’imbarcazione (“l’impresa committente continuava, tramite i propri capi-cantiere, a dirigere le lavorazioni eseguite dalle altre ditte”) ed ha, quindi, applicato l’orientamento consolidato”.

Orientamento secondo il quale, in tema di infortuni sul lavoro, “il contratto di appalto non solleva da precise e dirette responsabilità il committente allorché lo stesso assuma una partecipazione attiva nella conduzione e realizzazione dell’opera, in quanto, in tal caso, rimane destinatario degli obblighi assunti dall’appaltatore, compreso quello di controllare direttamente le condizioni di sicurezza del cantiere. Le censure in esame omettono completamente di confrontasi con tale ricostruzione dei fatti, motivata in modo congruo, esaustivo e logico, e con i principi giuridici correttamente applicati e richiamati dai giudici di merito, evidenziando soltanto l’erroneo riferimento ad una disciplina non ancora vigente all’epoca dei fatti, che, tuttavia, risulta del tutto irrilevante”.

 

Respinta anche la doglianza relativa alla presunta condotta abnorme del lavoratore

Per inciso, la Cassazione ha respinto anche il motivo dell’abnormità della condotta del lavoratore invocata dal committente.

Tale situazione – ricorda la Suprema Corte – ricorre soltanto laddove il comportamento imprudente del lavoratore sia stato posto in essere del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli e, pertanto, al di fuori di ogni prevedibilità oppure laddove rientri nelle mansioni che gli sono proprie ma sia consistito in qualcosa radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro. Nel caso in esame, invece, come peraltro sottolineato dai giudici di merito, “la condotta del lavoratore è stata posta in essere nell’espletamento delle sue mansioni ed era del tutto prevedibile in considerazione delle condizioni di lavoro”.

Pertanto, ricorso respinto e condanna confermata.