Articolo Pubblicato il 4 agosto, 2020 alle 18:30.

Le clausole, inserite (sempre più frequentemente e spesso in caratteri minuscoli) nelle polizze assicurative, di esclusione o limitazione della garanzia non devono neutralizzare il rischio a esclusivo appannaggio dell’assicuratore a totale scapito dell’assicurato, rendendo di fatto inutile e ingiustificato il pagamento del premio.

E’ un richiamo forte nei confronti delle compagnie di assicurazione quello lanciato dalla Cassazione nell’ordinanza n. 14595/20 depositata il 9 luglio 2020, esprimendosi su una complessa vicenda riguardante la compravendita di un immobile.

 

L’acquirente di un immobile cita in giudizio i venditori per un abuso pregresso

L’acquirente aveva citato in causa i venditori lamentando di aver successivamente scoperto, all’atto di presentazione della Dia, la Dichiarazione di Inizio Attività, che l’attestazione di conformità in sanatoria, rilasciata dal Comune toscano di Scandicci nel 2006, si fondava su una errata rappresentazione dei luoghi imputabile appunto ai precedenti proprietari e che lo stabile in cui era inserito l’appartamento acquistato era stato interessato da un aumento volumetrico realizzato abusivamente e mai sanato o condonato.

I venditori chiamano a loro volta in causa il loro geometra

I venditori, costituitisi in giudizio, avevano eccepito l’eccezione di decadenza e di prescrizione dell’azione, rilevando di non essere stati tempestivamente informati dei provvedimenti negativi emessi dal Comune e di non essere stati messi nella condizione di poterli impugnare tempestivamente; avevano poi obiettato che le difformità contestate si riferivano ad aumenti di superficie o di volume delle parti condominiali, sanati con due provvedimenti concessori del 28 marzo 2002, e avevano chiarito di avere affidato a un geometra l’incarico, in vista della vendita, di redigere una nota tecnica e l’esecuzione di una indagine urbanistica, dalla quale era emersa la piena conformità urbanistica del bene alienato. Pertanto, avevano a loro volta chiamato in causa il professionista, perché li manlevasse nel caso di condanna al risarcimento dei danni loro richiesti.

 

Il professionista chiama in manleva la sua assicurazione, che oppone le esclusioni della polizza

Il geometra, a sua volta, eccepita la decadenza e la prescrizione, aveva contestato le pretese, asserendo che le piante redatte su incarico dell’acquirente ai fini della Dia e quelle da lui allegate alla richiesta di sanatoria, poi ottenuta dai venditori, erano sovrapponibili, addebitando il problema a un errore dell’Amministrazione comunale, chiedendo e ottenendo pure lui la chiamata in manleva della sua compagnia di assicurazione per la polizza professionale, Reale Mutua. Ed è appunto questo l’argomento che preme. L’impresa, dopo aver allo stesso modo eccepito la decadenza e la prescrizione, aveva sostenuto che la copertura assicurativa della polizza stipulata con il professionista non riguardava la rifusione di perdite pecuniarie per sanzioni, multe ed ammende ad eccezione di quelle inflitte ai clienti dell’assicurato per errori a lui imputabili, (nello specifico, la sanzione era stata comminata all’acquirente), aggiungendo che in ogni caso avrebbe risposto solo per la quota di colpa del suo assicurato.

Il Tribunale di Firenze, con la sentenza del 2013, dopo aver dichiarato tardiva l’azione, aveva rigettato la domanda dell’acquirente, il quale però aveva impugnato la decisone avanti la Corte d’appello fiorentina, lamentando l’erronea qualificazione della domanda, l’erronea dichiarazione di inammissibilità della domanda di riduzione del corrispettivo e l’erronea riconduzione della domanda al regime di cui agli artt. 1494 e 1495 c.c. anziché all’art. 1489 c.c., insistendo con le domande istruttorie rigettate dal giudice di prime cure.

La Corte d’Appello aveva parzialmente accolto il gravame, ritenendo applicabile l’art. 1489 c.c., e aveva pertanto condannato i venditori al risarcimento dei danni liquidati in 31.217,25 euro al netto degli interessi e della rivalutazione, pari ai costi sopportati per le sanzioni amministrative e a quelli sostenuti per l’attività professionale necessaria per ottenere la sanatoria da parte del nuovo proprietario dell’appartamento. E aveva stabilito che il geometra fosse tenuto a manlevare i venditori di quanto avrebbero corrisposto all’acquirente dell’immobile, sia per il risarcimento dei danni, sia per le spese di lite di entrambi i gradi di giudizio, condannandolo anche al rimborso delle spese di lite alla Reale Mutua Assicurazioni, non accogliendo quindi la chiamata in manleva del tecnico nei confronti della sua compagnia.

 

Il ricorso in cassazione del tecnico

Il geometra ha pertanto proposto ricorso contro quest’ultima sentenza per Cassazione, contestando innanzitutto la parte in cui la Corte d’Appello lo aveva dichiarato obbligato a tenere indenni i venditori suoi clienti, data l’assenza, a suo dire, di nesso causale tra la sua condotta e la sua attività professionale e l’abuso edilizio presupposto delle sanzioni amministrative e delle spese professionali di sanatoria.

Secondo il ricorrente, la sua responsabilità per non avere rilevato la difformità volumetrica dell’immobile ed averne attestato la bontà urbanistica non aveva provocato la sanzione amministrativa, che sarebbe stata invece conseguenza di un fatto illecito posto in essere da terzi, né poteva essere considerata causa delle spese sostenute per avvalersi dell’attività del professionista che aveva provveduto a svolgere quanto necessario per ottenere la sanatoria.

 

Respinto il motivo relativo alla sua responsabilità, accolto invece quello per la manleva

Ma questo motivo è infondato per la Cassazione, in quanto il professionista “è stato condannato – spiegano gli Ermellini ., in applicazione dell’art. 1223 c.c., non a farsi carico della sanzione edilizia, come erroneamente da lui ritenuto, ma al risarcimento per equivalente commisurato, quanto al danno emergente, all’entità della somma complessivamente necessaria per ottenere la sanatoria del bene e per far fronte al pagamento della sanzione amministrativa irrogata”.

Con il secondo motivo, che è quello che interessa, il ricorrente ha censurato la sentenza gravata per violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 e ss. c.c. (in particolare degli artt.1368, 1369, 1370, 1371, 1366 c.c.) in relazione alle disposizioni del contratto Programma Protagonista Reale Assicurazione globale per il professionista”, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.c. Il geometra ha cioè contestato che gli fosse stato negato dai giudici di seconde cure il diritto di essere manlevato dalla Reale Mutua, in ragione dell’applicazione delle clausole di esclusione della polizza relative ai danni conseguenti al mancato rispetto di vincoli urbanistici, norme edilizie, regolamenti edilizi o altri vincoli imposti dalla pubblica autorità, e quelle concernenti perdite pecuniarie conseguenti alla comminatoria di sanzioni, multe, ammende, ad eccezione di quelle inflitte ai clienti dell’assicurato per errori a lui imputabili.

Il ricorrente ha sostenuto che, essendo stato ritenuto responsabile di avere effettuato una dichiarazione nella nota tecnica relativa ad altra e diversa procedura di sanatoria, asseritamente erronea, su cui si erano basati i venditori per dichiarare la piena conformità del bene compravenduto, la Corte territoriale non avrebbe dovuto ritenere applicabile la clausola di esclusione di cui alla lett. e) del contratto, non avendo la sua nota tecnica sortito, come erroneamente ritenuto, la violazione di norme edilizie, e non essendo stata individuata la violazione da parte sua di un precetto amministrativo sanzionabile. Altrettanto errata sarebbe stata l’applicazione dell’esclusione di cui alla lett. n.), perché la sentenza, avendo dichiarato i venditori responsabili ai sensi dell’art.1489 c.c., aveva ritenuto che l’immobile alienato fosse gravato di un onere reale non apparente, la cui ricorrenza imponeva di sanzionare i venditori e non colui che, essendo terzo, non aveva partecipato alla stesura del contratto di compravendita. In aggiunta, la Corte d’Appello avrebbe violato il principio dell’affidamento in quanto lo stesso fatto storico sarebbe stato preso in considerazione al fine di fargli produrre conseguenze diverse a seconda del destinatario della sanzione.

 

Troppe clausole di esclusione a esclusivo vantaggio dell’assicuratore

Qui invece, secondo i giudici del Palazzacio, il motivo merita accoglimento.

Occorre innanzitutto premettere che l’operazione economica sottesa dalla polizza assicurativa deve risultare funzionale alla realizzazione di un piano di distribuzione dei rischi che garantisca l’equilibrio delle posizioni contrattuali – premette l’ordinanza – Cresce la tendenza di questa Corte a disvelare i tentativi di veicolare la gestione di interessi di parte attraverso il simulacro di clausole che risultino, in concreto, neutralizzatrici (o persino traslative) del rischio ad esclusivo vantaggio dell’assicuratore, che cioè si risolvano in una fonte di rendita parassitaria ed eccedenti il coretto equilibrio tra premi e rischi; e ciò pur dovendosi tener conto che tale effetto deve misurarsi con le peculiarità del contratto di assicurazione, il quale si fonda su un quid pluris rispetto ai comuni contratti corrispettivi, rappresentato dalla comunione tecnica dei rischi, con ciò intendendo quella complessa e raffinata operazione, basata su metodologie statistico-attuariali, che consente alle imprese assicuratrici di assumere i rischi, calcolando per essi il premio corrispondente”: parole forti.

Il premio assicurativo, proseguono gli Ermellini, rappresenta infatti la traduzione in termini giuridici di un’operazione economica, per cui esso risulta un corrispettivo “non già per il rischio nel singolo contratto, ma quello per il rischio medio calcolato sulla base di elementi probabilistici in relazione ad una massa di rischi omogenei. Posto che gli effetti del singolo contratto non sono indifferenti per gli appartenenti alla medesima classe, è facile intuire quanto ciò influisca sull’oggetto, sulla causa, sulle posizioni delle parti, in sostanza sull’equilibrio delle prestazioni assunte”.

 

Deve esserci corrispondenza tra premio pagato e obbligazione dell’assicurazione

La consapevolezza di questa peculiarità, che richiede cautela e prudenza nell’approccio alla specialità su cui poggia la disciplina codicistica del contratto di assicurazione, ed in specie del rapporto di garanzia in senso tecnico ivi tipizzato, rappresenta il motivo basilare per il quale la giurisprudenza di legittimità si è espressa “a favore della sinallagmaticità del contratto di assicurazione solo eccezionalmente e perché di essa abbia beneficiato solamente l’assicuratore, ma non impedisce di considerare che la determinazione del premio di polizza non può non assumere valore determinante al fine di accertare quale sia il limite massimo dell’obbligazione facente capo all’assicuratore, onde quell’equilibrio sinallagmatico possa dirsi in concreto rispettato”: in altri termini, deve esserci corrispondenza tra “ammontare del premio e contenuto dell’obbligazione dell’assicuratore. Allora ecco che le peculiarità del contratto di assicurazione si rivelano rilevanti anche dalla prospettiva dell’assicurato.

Nel regolamento contrattuale, rileva poi la Cassazione, di norma si combinano tre tipologie di clausole: una prima, che disciplina l’oggetto dell’assicurazione in maniera ampia, se non addirittura amplissima; una seconda, che esclude dalla garanzia una serie di danni; una terza, che include nella copertura buona parte dei rischi prima esclusi, previo pagamento di un eventuale sovrappremio. Di conseguenza, “posto che ogni delimitazione dell’oggetto del contratto determina uno spostamento dell’onere economico dall’assicuratore all’assicurato, tutte le volte in cui a ciò non faccia da contrappeso la riduzione del premio, la clausola di esonero o di limitazione della responsabilità potrebbe essere la spia del vantaggio che l’assicuratore si è ingiustificatamente riservato, non bastando evidentemente ad escluderlo il fatto che l’assicurato abbia consapevolmente accettato il piano propostogli dall’assicuratore”.

Bisogna quindi verificare se il piano di distribuzione dei rischi soddisfi il requisito della causa in concreto “sotto il profilo della liceità e dell’adeguatezza dell’assetto sinallagmatico rispetto agli specifici interessi perseguiti dalle parti”, o se vi siano gli estremi di uno squilibrio significativo tra i diritti e gli obblighi delle parti, che è quanto si verifica “allorché venga messa in dubbio – proprio per la presenza di clausole di delimitazione del rischio – la ricorrenza dell’interesse effettivo di una delle parti per la stipulazione del contratto, sanzionando quelle pattuizioni che valgano ad assicurare un rischio nullo o cessato, rispettivamente, per difetto originario, ex art. 1904 c.c. o sopravvenuto, ex art. 1896 c.c., della causa dello spostamento patrimoniale a carico del contraente, sicché il premio non risulti sorretto da alcuna giustificazione, poiché difetta il rischio”.

 

Nello specifico le esclusioni hanno reso di fatto inutile la polizza per l’assicurato

Fatte queste premesse ed entrando nel caso di specie, la Cassazione ha ritenuto che l’esito complessivo dell’interpretazione delle clausole di esclusione della copertura assicurativa adottata dalla Corte d’Appello (più precisamente, la sommatoria di due esclusioni) si sia tradotta “nella inoperatività della garanzia, perché ha reso praticamente nullo il rischio garantito a vantaggio dell’assicuratore ed ha privato di qualunque utilità pratica per l’assicurato la polizza e in definitiva sprovvisto di giustificazione lo spostamento patrimoniale posto a suo carico.

La Corte d’Appello, infatti, ha atteso all’attività interpretativa delle clausole in oggetto senza privilegiare, come avrebbe dovuto, la ricostruzione dell’effettiva volontà dei contraenti che evitasse l’inconveniente della sua assoluta improduttività di effetti, limitandosi ad una mera esegesi del tenore letterale che ha ritenuto erroneamente dirimente ai fini della ricostruzione del contenuto dell’accordo, mentre avrebbe dovuto ritenere acquisito il significato delle dichiarazioni negoziali solo al termine del processo ermeneutico, il quale avrebbe dovuto estendersi alla considerazione di tutti gli ulteriori elementi indicati dal legislatore”.

 

Nella sostanza le sanzioni sono state “subite” dai venditori e quindi rientrano nella polizza

La Suprema Corte spiega che l’applicazione dell’esenzione della copertura costituita dall’inflizione di sanzioni, multe ed ammende, ad eccezione di quelle irrogate ai clienti dell’assicurato, “non può essere giustificata solo per il fatto che la sanzione non fosse stata irrogata ai venditori, clienti dell’assicurato direttamente, omettendo di considerare che essi avevano comunque patito gli effetti di quella sanzione, essendo stati chiamati a risponderne nei confronti dell’acquirente. L’espressione “sanzioni inflitte” deve essere intesa come “sanzioni patite”, altrimenti, cioè facendo dipendere la copertura assicurativa dalle vicende circolatorie del bene, verrebbe meno la funzione stessa della polizza, quella di “difendere il geometra da errori tecnici compiuti in danno dei clienti”.

Quanto, poi, alla ritenuta applicazione, giustificata dalla Corte territoriale, dell’ulteriore esenzione perché la nota tecnica del geometra che aveva escluso la ricorrenza di difformità del bene rispetto alle prescrizioni urbanistiche aveva sortito comunque la violazione edilizia, va aggiunto, proseguono i giudici del Palazzaccio, “che la sentenza impugnata non ha tenuto conto del fatto che il geometra non era responsabile diretto della violazione edilizia per cui era stata irrogata la sanzione amministrativa, essendogli stato imputato il mancato rilievo di una difformità edilizia non riconducibile al suo operato e che il danno che era stato chiamato a risarcire ai sui clienti non era quello conseguente alla violazione edilizia, ma era stato determinato per equivalente avuto riguardo alla somma che i suoi clienti erano stati chiamati a corrispondere all’acquirente“.

Risultano perciò fondate le censure in diritto sollevate dal motivo in oggetto. “Le disposizioni di cui agli artt. 1366, 1367, 1369 e 1370 c.c. risultano violate – conclude la Cassazione – perché la Corte di appello non ha tenuto conto che, sia secondo buona fede, sia per fornire della polizza un’interpretazione che non la privasse completamente di alcun senso effettivo e che fosse coerente con la natura e l’oggetto del contratto, sarebbe stato necessario ammettere, in primo luogo, che la copertura riguardasse anche le sanzioni, le multe ed ammende patite dai clienti dell’assicurato, aventi causa in un inadempimento professionale a lui imputabile; in secondo luogo, avrebbe dovuto intendere per danni conseguenti al mancato rispetto di vincoli urbanistici, norme o regolamenti edilizi ed altri vincoli solo quelli provocati da un comportamento del professionista assicurato integrante gli estremi di una violazione urbanistica e/o edilizia

L’incertezza della clausola  va sempre interpretata a favore dell’assicurato

E risulta infine violata, conclude la Cassazione, anche la disposizione di cui all’art. 1370 c.c. “dal momento che l’incertezza sul significato da riconoscere alle clausole escludenti la copertura assicurativa avrebbe dovuto essere superata a favore dell’assicurato, essendo stata la polizza predisposta unilateralmente dalla compagnia”.

Il motivo è stato quindi accolto e la sentenza impugnata cassata, con rinvio alla Corte d’Appello di Firenze, in diversa composizione, per il riesame della causa.