Articolo Pubblicato il 30 novembre, 2020 alle 17:00.

Il conducente di un veicolo ha l’obbligo di far rispettare le regole in auto ai terzi trasportati, con particolare riferimento a quello di allacciare le cinture di sicurezza, e questo vale non solo al momento della partenza ma anche durante il viaggio, viceversa ne risponde penalmente.

A richiamare con forza questo principio la Corte di Cassazione nella sentenza n. 32864/20 depositata il 24 novembre 2020, con la quale ha definitivamente condannato per omicidio colposo il guidatore di un’auto coinvolta in un sinistro nel quale aveva perduto la vita una bambina.

 

Conducente di un’auto condannato perché la bimba perita nell’incidente era senza cinture

Nella realtà l’imputato non aveva colpa nella causazione in sé del tragico sinistro: la sua vettura era stata violentemente tamponata da un altro mezzo sulla Statale Appia. Egli però era stato ritenuto comunque colpevole dal Tribunale di Taranto per non aver assicurato ai sistemi di ritenuta la minore di sei anni che aveva a bordo, seduta sul sedile posteriore, e che, in seguito all’urto, era stata sbalzata fuori dell’abitacolo, perdendo la vita.

Condanna confermata anche dalla Corte d’appello di Lecce, nonostante le giustificazioni prodotte dall’automobilista, secondo cui il fatto si era verificato per una causa eccezione e imprevedibile: la bambina, cioè, regolarmente assicurata al momento della partenza al sedile posteriore con la cintura di sicurezza di cui era dotata la macchina, se la sarebbe slacciata nel corso del viaggio impedendo in questo modo qualsiasi possibilità di controllo da parte del conducente.

 

Il ricorso per Cassazione: l’imputato sostiene che la bimba si era sganciata durante il viaggio

Motivazione che l’imputato ha riproposto anche nel suo ricorso per Cassazione, contestando il rapporto di causalità tra la sua condotta e l’evento dannoso.

Secondo la sua tesi difensiva, essendo provato che la minore era stata regolarmente assicurata al sedile dell’autovettura al momento della partenza, l’evento era riconducibile al fatto proprio della minore che si era inopinatamente privata del sistema di ritenzione durante il viaggio, innescando un’autonoma serie causale, né del resto si sarebbe potuto chiedere al conducente del veicolo, impegnato nella guida, di monitorare costantemente i sedili posteriori del mezzo per verificare che le minori trasportate (erano più d’una) fossero anche costantemente allacciate.

La Suprema Corte rigetta il ricorso

Ma per la Suprema Corte il motivo è totalmente infondato. Al di là dei soliti aspetti formali (“compito del giudice di legittimità è accertare la coerenza logica delle argomentazioni poste dal giudice di merito a sostegno della propria decisione, non già quello di stabilire se la stessa proponga la migliore ricostruzione dei fatti” ricordano gli Ermellini), la Suprema Corte ritiene che la sentenza di appello “non presenti alcuno dei vizi dedotti dalla difesa ricorrente, atteso che l’articolata valutazione, da parte dei giudici di merito, degli elementi probatori acquisiti, rende ampio conto delle ragioni che hanno indotto gli stessi a ritenere la responsabilità del ricorrente”.

La tesi difensiva secondo secondo cui la minore si sarebbe slacciata dal sistema di ritenuta in modo tale da non essere percepita dal conducente e dagli altri accompagnatori adulti, anche sulla scorta degli esiti delle perizie, era stata infatti già ritenuta “sprovvista di coerenza, legittimità e plausibilità in ragione di una serie di argomentazioni, di ordine storico e logico che la difesa del ricorrente non ha affatto contrastato” proseguono i giudici del Palazzaccio, secondo i quali, pertanto, correttamente la Corte territoriale, nel riconoscere l’inosservanza da parte del ricorrente di specifiche regole cautelari (art.172 C.d.S.), “ha poi ritenuto la relazione causale tra la condotta di guida da questi tenuta con l’evento tragico”.

 

L’obbligo di far rispettare le cautele di legge per il conducente vale anche durante il tragitto

In conclusione, l’alternativa ricostruzione del sinistro fornita dai legali dell’imputato, oltre al carattere dell’inverosimiglianza, “riveste altresì quello della irrilevanza, atteso che l’obbligo del rispetto dell’adozione delle cautele imposte dalla legge al momento della intrapresa della marcia, permane, in termini di vigilanza, anche nel corso del tragitto”.

Respinto di conseguenza anche il secondo motivo di ricorso circa l’entità della pena, in quanto “nessuna riduzione del trattamento sanzionatorio risultava doveroso in ragione del pronunciamento di secondo grado.

La pena è stata determinata sulla base di criteri edittali orientati verso valori inferiori alla media edittale (anni uno e mesi quattro di reclusione con pena edittale prevista tra uno e sei anni) e pertanto in termini di congruità ed adeguatezza”, senza contare il fatto che “la determinazione della pena tra il minimo ed il massimo edittale rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito ed è insindacabile nei casi in cui la pena sia applicata in misura media e, ancor più, se prossima al minimo”.