Articolo Pubblicato il 17 febbraio, 2020 alle 12:39.

L’attenzione quando si usa l’auto o qualsiasi altro veicolo deve essere massima anche prima di metterlo in moto: se si colpisce e si ferisce un pedone o un ciclista mentre si apre la portiera, a macchina ferma, si risponde di lesioni colpose esattamente come nel caso un cui lo si investa procedendo per strada.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 5321/20 depositata il 10 febbraio 2020, con la quale ha definitivamente condannato una automobilista.

 

Automobilista condannata per aver aperto la portiera “in faccia” alla ciclista

Il fatto in questione, peraltro tutt’altro che infrequente nel suo genere, è successo in Toscana nel giugno del lontano 2008.

Una ciclista stava transitando lungo una vita cittadina percorrendo un tratto in leggera salita: sulla destra era parcheggiata l’autovettura dell’imputata, peraltro in un punto in cui vigeva il divieto di sosta. All’improvviso la signora in bici si sarebbe sentita sbattere lo sportello della porta in faccia: la donna riuscì a non perdere l’equilibrio rimanendo appoggiata allo sportello stesso, mentre l’automobilista la sorreggeva e poi usciva dall’auto, ma riportò tuttavia una brutta ferita al volto che venne suturata all’ospedale.

Questa, almeno, la ricostruzione dell’episodio accreditata dal Giudice di Pace di Borgo San Lorenzo, che aveva ritenuto la conducente della vettura responsabile di lesioni colpose.

In appello sentenza ribaltata

Il pronunciamento venne però riformato completamente dal Tribunale di Firenze che, giudicando in grado di appello, aveva assolto l’imputata dal reato ascrittole per “non aver commesso il fatto”.

Secondo i giudici di seconde cure, sulla base delle concordi dichiarazioni della automobilista e di un altro testimone, sarebbe stata la ciclista ad andare a impattare contro lo sportello del veicolo già aperto, perdendo l’equilibrio e sbattendo sullo spigolo dello portiera, senza che fosse pertanto identificabile una condotta colposa dell’imputata, tenuto anche conto della ampiezza della sede stradale nel tratto interessato all’accadimento.

 

La danneggiata punta sul modulo di constatazione amichevole

La danneggiata ha quindi proposto ricorso per Cassazione contro quest’ultima decisione, lamentando in primis come il Tribunale non avesse, a suo dire, espresso le proprie valutazioni in ordine alla documentazione presente nel fascicolo processuale, e segnatamente al modulo di constatazione amichevole, alle foto e alla planimetria prodotti dai vigili urbani: nel riformare la sentenza di primo grado non si sarebbe tenuto in minimo conto di quanto aveva ritenuto il primo giudice.

La versione fornita dalla persona offesa, infatti (secondo la quale lo sportello dell’auto si era aperto mentre percorreva la strada alla guida della bicicletta) trovava un riscontro nel modulo CAI redatto dalla stessa imputata nell’immediatezza del fatto e nella particolare conformazione della strada che in quel punto subiva un restringimento. Senza contare che il primo giudice aveva ritenuto – ben motivandolo – scarsamente credibile quanto aveva riferito il testimone, posto che questi in due dichiarazioni successive aveva offerto ricostruzioni non coincidenti.

La ricorrente, inoltre, osserva che la sentenza di secondo grado sarebbe risultata manifestamente illogica anche laddove aveva affermato che ella non poteva aver avere impattato con lo sportello già aperto perché la localizzazione della ferita era incompatibile con tale ricostruzione: i giudici avevano sostenuto che, se lo sportello si fosse aperto all’improvviso, l’urto sarebbe avvenuto con la parte destra del corpo ma non con la testa.

Conclusione che tuttavia non avrebbe tenuto conto di diverse variabili e non si sarebbe basata su alcun dato processuale. In particolare, il Tribunale non avrebbe considerato che la persona offesa era di età avanzata e pedalava in leggera salita, con la conseguente, naturale tendenza a sporgersi con la parte alta del corpo in avanti.

 

La Cassazione accoglie il ricorso

Per la Cassazione il ricorso è fondato e va accolto. “Il giudice d’appello che riformi in senso assolutorio la sentenza di condanna di primo grado non ha l’obbligo di rinnovare l‘istruzione dibattimentale mediante l’esame dei soggetti che hanno reso dichiarazioni ritenute decisive, ma deve offrire una motivazione puntuale e adeguata, che fornisca una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata, anche riassumendo, se necessario, la prova dichiarativa decisiva” premettono gli Ermellini.

Qui, in effetti, il Tribunale non aveva dato alcun peso alla ricostruzione dell’accaduto contenuta nel modulo di constatazione amichevole, “nel quale – osserva la Suprema Corte – è riportata la testuale affermazione “sportello che si apriva” a miglior dettaglio del disegno che riproduce l’autovettura con lo sportello aperto e la direzione di marcia della bicicletta”: il tutto, disegno e annotazioni, con in calce le firme delle due donne coinvolte.

Il Tribunale non ha fornito adeguata motivazione per la riforma della sentenza di primo grado

“Nella sentenza qui impugnata, più in generale, vi è la totale assenza di confronto con le scansioni argomentative sviluppate dal Giudice di pace – proseguono i giudici del Palazzaccio – Sicché la motivazione resa dal giudice di secondo grado finisce con il prescindere da dati probatori che pure avevano avuto credito presso il primo giudice, evidentemente inducendolo a ritenere credibile la persona offesa, senza peraltro esplicitare le ragioni per le quali essi non assumono rilievo o sono recessivi rispetto ad altri, pur giudicati ben diversamente dal giudice della condanna”.

Di qui l’accoglimento del ricorso e l’annullamento della sentenza ai fini civili, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello per la definitiva definizione del caso.