Articolo Pubblicato il 19 aprile, 2020 alle 10:00.

Anche in mancanza di uno specifico provvedimento dell’Ente proprietario o gestore, la presenza diun gruppo di case lungo una strada è sufficiente per parlare di centro abitato, con il conseguente obbligo di ridurre la velocità 50 km/h.

E’ una sentenza di assoluto rilievo quella, la n. 12149/20 depositata il 15 aprile 2020, con cui la Corte di Cassazione ha confermato la condanna per omicidio stradale di un automobilista.

 

Automobilista condannato per omicidio stradale

L’imputato era stato dichiarato responsabile di questo reato con sentenza del 3 novembre 2016 emessa dal Tribunale di Locri e condannato alla pena, condizionalmente sospesa, di due anni di reclusione, nonché, in solido con la sua compagnia di assicurazione, Ina Assitalia s.p.a, al risarcimento dei danni patiti dalle parti civili, da liquidarsi in separata sede, nonché al pagamento di una provvisionale in loro favore immediatamente esecutiva.

Egli infatti, il 14 luglio 2011, lungo la Statale 106, una delle strade con più croci d’Italia, aveva tamponato, con la sua Fiat Panda, il posteriore di una Yamaha che procedeva nella sua stessa direzione, verso Reggio Calabria, causando la morte del centauro per colpa, anche in virtù del fatto che, in violazione dell’art. 141 del Codice della Strada, viaggiava a una velocità di 104 km/h a fronte di un limite di 90.

 

Limite di 50 km/h

La Corte d’appello di Reggio Calabria aveva confermato la pronuncia di primo grado, ma, a fronte della originaria imputazione con la quale veniva contestato il limite di velocità di novanta chilometri orari, i giudici di merito avevano addebitato all’imputato la norma che prescrive il limite di 50 km/h. nei centri abitati.

Ed è appunto questo il principale motivo del ricorso per Cassazione proposto dall’automobilista, che ha eccepito per questa ragione la nullità della sentenza per violazione degli 516 e 522 cod. proc. pen.: ravvisando un fatto diverso da quello contestato, il ricorrente ha lamentato una lesione del diritto di difesa.

La Suprema Corte, tuttavia, ha ritenuto il ricorso inammissibile sia per genericità che per manifesta infondatezza. Entrando comunque nel merito, secondo gli Ermellini la Corte distrettuale “ha fatto corretta applicazione del principio di diritto secondo cui, nei procedimenti per reati colposi la sostituzione o l’aggiunta di un particolare profilo di colpa, sia pure specifica, al profilo di colpa originariamente contestato non vale a realizzare diversità o immutazione del fatto ai fini dell’obbligo di contestazione suppletiva di cui all’art. 516 cod. proc. pen. e della eventuale ravvisabilità, in carenza di valida contestazione, del difetto di correlazione tra imputazione e sentenza ai sensi dell’art. 521 cod. proc. pen.

 

Un gruppo di case può connotare un centro abitato, anche se manca il segnale dei 50

Premesso ciò, la Cassazione chiarisce che nel caso in esame i giudici di merito avevano accertato che il tratto di strada statale in cui si è verificato il sinistro attraversava il centro abitato di Bovalino, ritenendo così applicabili i relativi limiti di velocità massimi.

La decisione impugnata – spiega la Suprema Corte – ha fatto corretta applicazione del principio di diritto secondo cui ai fini della valutazione della responsabilità dei conducenti nella causazione di un incidente occorre far riferimento alle condizioni di fatto concretamente esistenti per cui, anche in mancanza di uno specifico provvedimento dell’ente proprietario della strada, l’accertamento dell’esistenza di un centro abitato ben può essere effettuato sulla base di elementi concreti e specifici idonei a connotare come tale “un gruppo di case intervallate o site lungo un solo lato della strada”.

Senza contare che la condotta dell’automobilista era risultata in ogni caso imprudente, “in considerazione dello specifico tratto di strada che aveva una connotazione curvilinea con visuale non libera, stante anche la presenza di piante di oleandro a margine della carreggiata nonché l’esistenza di un cartello che segnalava un preavviso di intersezione, oltre alla vetustà della sua autovettura: circostanze queste che avrebbero dovuto indurre l’imputato a rallentare la velocità”.

 

Escluso anche il concorso di colpa del motociclista

Per la cronaca, respinto anche il motivo con cui il ricorrente lamentava il vizio motivazionale in relazione alla responsabilità/corresponsabilità della vittima nella determinazione dell’evento e alla richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale.

Anche qui, secondo la Cassazione, la sentenza impugnata aveva fatto “buon governo del materiale probatorio offrendo una ricostruzione degli eventi inappuntabile sul piano logico nonché congrua e coerente. L’imputato, infatti, come detto, alla guida della sua Fiat Panda, stava percorrendo la SS 106 con direzione di marcia Catanzaro-Reggio Calabria (in assenza di pioggia e con ottima visibilità) quando ha colpevolmente investito da tergo la moto condotta dalla vittima mentre questi era già intento o comunque in procinto di girare a sinistra per imboccare la traversa lato–mare.

La violenza dell’impatto – conclude la Suprema Corte – è stata desunta dai lunghi segni di frenata del veicolo investitore rinvenuti sul posto (pari a circa 60 metri), dallo scarrocciamento della motocicletta, dai danni subiti dai rispettivi mezzi e dalla circostanza che la vittima è stata catapultata, dopo l’impatto con il cofano e il parabrezza dell’autovettura, a 26 metri di distanza dal punto in cui vi è stato lo scontro.

Le alternative ipotesi prospettate dalla difesa circa il fatto che il motociclista avesse potuto effettuare una manovra di inversione a U sono state ritenute prive di plausibilità logica. Ed è stato altresì rilevato che il mancato uso del casco da parte del centauro, di cui non è stata acquisita la prova, non avrebbe comunque eliso le responsabilità dell’automobilista in ordine alla causazione del sinistro”.