Articolo Pubblicato il 12 maggio, 2016 alle 12:54.

TESTATA: Brescia Oggi on line – 12/05/2016

Il 18 maggio saranno trascorsi tre anni da quando Matteo Canta è morto per i postumi delle ustioni riportate cadendo in una vasca di acqua bollente. Per quell’infortunio sono stati rinviati a giudizio tre dirigenti e un capoturno delle Acciaierie Venete, lo stabilimento di Sarezzo teatro della disgrazia. Ma nemmeno un procedimento giudiziario plurimo, con addebiti di responsabilità mossi dal pm, è bastato ai familiari della vittima per ottenere il risarcimento. Così hanno dovuto intentare una causa civile nei confronti dell’assicurazione.

«Come non bastasse il dolore per il lutto subìto, la famiglia di Matteo Canta dovrà ripercorrere il dramma in una causa dai tempi inevitabilmente lunghi e incerti – osserva Ermes Trovò, il presidente di Studio 3A, l’ufficio legale che assiste i parenti dell’operaio di Sarezzo -: reputo scandaloso che le compagnie assicurative, che ogni anno chiudono gli esercizi con milioni di euro di utile, lesinino anche il centesimo nei risarcimenti, tanto più in casi come questo in cui vi è una morte bianca causata – stando all’atto di rinvio a giudizio – da un quadro di omissioni e negligenze sconcertante».

L’8 maggio del 2013 Matteo Canta stava effettuando con altri colleghi un intervento manutentivo sull’impianto di laminazione per la rimozione di un incaglio. Durante l’operazione, il 57enne era precipitato all’interno di una fossa contenente un metro d’acqua ad altissima temperatura. Dopo dieci giorni di agonia, Canta era deceduto al centro grandi ustionati di Verona. A conclusione delle indagini, il pm Carlo Pappalardo ha rinviato a giudizio per omicidio colposo il direttore generale dello stabilimento di Sarezzo, il dirigente responsabile del processo di laminazione, il coordinatore del laminatoio e il capo-turno dell’area. Secondo il pm, «la tragedia – si legge negli atti – sarebbe stata provocata da negligenza, imprudenza, imperizia e nell’inosservanza di norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro».

L’UDIENZA preliminare si è svolta il 6 novembre davanti al Gup Cesare Bonamartini: le difese hanno chiesto e ottenuto un rinvio. «Il figlio, la moglie e le due sorelle della vittima non hanno ancora percepito un euro di risarcimento per la perdita del loro caro e per le sofferenze patite – sottolinea Trovò-. Particolare, in tal senso, la difficile situazione vissuta dal figlio Angelo, che lavora nella stessa azienda e nello stesso reparto del padre e che ogni giorno è costretto a passare più volte davanti alla vasca in cui è caduto il genitore, e dunque a rivivere l’incubo: circostanze, queste, che gli hanno causato un profondo stato d’ansia e che configurano anche un danno esistenziale importante».

Per il legale della famiglia Canta il caso è specchio della debolezza giuridica in cui si ritrovano le famiglie nei rapporti con le assicurazioni. «Ci batteremo con ogni mezzo per rendere giustizia a questa famiglia – conclude Trovò -, convinti in questo modo di dare anche un contributo, più in generale, alla sicurezza sui luoghi di lavoro».

R.PR.