Articolo Pubblicato il 18 febbraio, 2021 alle 11:00.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4035/21 depositata il 16 febbraio 2021, è tornata ad occuparsi di una causa relativa alla rovinosa caduta – nella circostanza fuori di un pronto soccorso – di un pedone, a cui ha dato ragione, ma il pronunciamento merita un approfondimento perché gli Ermellini si soffermano anche su un punto centrale spesso oggetto di equivoci e di interpretazioni errate anche da parte dei tribunali di merito, ossia l’onere della prova.

 

Una donna caduta su un marciapiede sconnesso fuori dall’ospedale chiede i danni all’Asl

La vicenda. Una donna aveva citato in giudizio l’Azienda per l’Assistenza Sanitaria n. 2 Bassa Friulana e Isontina per sentirla condannare al risarcimento dei danni fisici riportati nel 2014 quando, camminando sul marciapiede antistante il Pronto Soccorso dell’Ospedale di Latisana (in foto), era inciampata in una mattonella sconnessa rovinando a terra. Il Tribunale in primo grado aveva rigettato la domanda, condannando anche la danneggiata alla refusione delle spese di giudizio, e la Corte di Appello di Trieste, presso la quale la malcapitata aveva appellato la decisione di prime cure, aveva confermato in toto la sentenza di primo grado.

In estrema sintesi, la Corte d’appello aveva ritenuto, in particolare, che la ricorrente non avesse assolto l‘onere di provare la “non visibilità del pericolo” e la “non prevedibilità dell’evento dannoso”, aggiungendo che ciò che si richiede al pedone, per citare la sentenza impugnata, “non è un comportamento normale, ma un comportamento diligente come esigibile in determinate situazioni contingenti secondo un criterio di normalità e di comune esperienza.

 

La danneggiata lamenta anche l’inversione dell’onere della prova

La donna ha quindi proposto ricorso anche per Cassazione adducendo tre motivi di doglianza, e quello che qui preme è il secondo. Secondo la Corte di Appello, sarebbe difettato il nesso causale tra la caduta e la sconnessione del marciapiede, in quanto non sarebbe emersa la natura di pericolo occulto di tale sconnessione e – al contrario – la caduta sarebbe dipesa da un difetto di diligenza del pedone.

Al riguardo, però, la ricorrente ha ricordato e rilevato che, ad integrare la responsabilità del custode ex art. 2051 c. c.è necessario e sufficiente che il danno sia stato cagionato dalla cosa in custodia, a ciò rilevando il solo dato obiettivo del nesso causale tra cosa e danno”, cosicché “al danneggiato compete il solo onere di dare contezza dell’esistenza di un nesso causale tra cosa e danno, diversamente incombendo sul custode l’onere di provare che il danno non è stato causato dalla cosa, ma dal caso fortuito, nel cui ambito possono essere compresi tanto i fatti naturali, quanto del terzo o dello stesso danneggiato”. Con la precisazione che “il caso fortuito è integrato da ciò che rappresenta un’eccezione alla normale sequenza causale, rispetto alla quale si colloca in una posizione esterna, nelle forme di un’obiettiva imprevedibilità, che assume efficienza causale esclusiva”.

La danneggiata ha quindi osservato che la sua caduta  è legata eziologicamente all’irregolarità del marciapiede ed all’abbassamento di una delle mattonelle” e che “è indubbio che essa non sarebbe accaduta se il marciapiede fosse stato regolare”, ragion per cui nel suo ricorso ha lamentato di non comprendere in cosa sarebbe consistita la condotta imprudente da parte sua che per la Corte d’Appello avrebbe rappresentato la causa esclusiva dell’evento. In conclusione, secondo la ricorrente l’errore dei giudici non starebbe solo nell’aver riconosciuto un caso fortuito laddove totalmente assente, “ma anche nell’averlo letto con gli “occhiali” propri del paradigma dell’art. 2043 c.c., in punto di visibilità e prevedibilità dell’insidia: il giudice di appello, infatti, aveva mostrato di considerare sufficiente a integrare il caso fortuito la supposta condotta colposa della danneggiata, come se la stessa valesse di per sé sola a escludere qualunque nesso condizionante fra la situazione di pacifica pericolosità del marciapiede, nel punto in cui una mattonella era sprofondata, e l’inciampo, con conseguente caduta della danneggiata medesima”.

 

La Cassazione accoglie il ricorso: la fattispecie rientra nell’art. 2051 cc, non 2043

Per la Suprema Corte il motivo è fondato. Gli Ermellini convengono con la ricorrente sul fatto che la Corte territoriale “ha errato nel leggere la vicenda – deducente chiaramente un’ipotesi di responsabilità per danno cagionato da cose in custodia – sotto la lente propria del paradigma dell’art. 2043 c.c.; infatti, pur richiamando formalmente il criterio di imputazione di cui all’art. 2051 c.c., la sentenza ha mostrato in modo inequivoco di ritenere che la responsabilità della Asl potesse essere configurata soltanto a fronte del concreto riscontro di un’insidia (o pericolosità occulta della cosa), così richiedendo all’attrice di provare la «non visibilità del pericolo» e la «non prevedibilità dell’evento dannoso» e pervenendo all’esclusione della responsabilità dell’Azienda sull’assunto che la sconnessione del marciapiede potesse (e dovesse) essere rilevata dalla (omissis)”.

Questa impostazione tuttavia è erronea secondo i giudici del Palazzaccio, alla luce della “pacifica riconducibilità della fattispecie nel paradigma dell’art. 2051 c.c., e non in quello dell’art. 2043 c.c., senza possibilità di utilizzare, per l’accertamento della responsabilità del custode, categorie ad essa non pertinenti”.

 

La responsabilità “oggettiva”

E’ pacifico, infatti, rammenta la Cassazione, che la responsabilità ex art. 2051 c.c. “ha natura oggettiva e discende dall’accertamento del rapporto causale fra la cosa in custodia e il danno, salva la possibilità per il custode di fornire la prova (liberatoria) del caso fortuito, ossia di un elemento esterno che valga ad elidere il nesso causale e che può essere costituito da un fatto naturale e dal fatto di un terzo o della stessa vittima”. Essendo tale la struttura della responsabilità ex art. 2051 c.c., l’onere probatorio gravante sul danneggiato si sostanzia nella duplice dimostrazione dell’esistenza (ed entità) del danno e della sua derivazione causale dalla cosa, mentre restano a carico del custode – come detto – l’onere di dimostrare la ricorrenza del fortuito.

Nell’ottica della previsione dell’art. 2051 c.c. – proseguono gli Ermellini – tutto si gioca dunque sul piano di un accertamento di tipo “causale” (della derivazione del danno dalla cosa e dell’eventuale interruzione di tale nesso per effetto del fortuito), senza che rilevino altri elementi, quali il fatto che la cosa avesse o meno natura “insidiosa” o la circostanza che l’insidia fosse o meno percepibile ed evitabile da parte del danneggiato (trattandosi di elementi consentanei ad una diversa costruzione della responsabilità, condotta alla luce del paradigma dell’art. 2043 c.c.)”.

 

La condotta colposa del danneggiato non basta ad “assolvere” il custode…

Perciò, al cospetto dell’art. 2051 c.c., la condotta del danneggiato può rilevare “unicamente nella misura in cui valga ad integrare il caso fortuito, ossia presenti caratteri tali da sovrapporsi al modo di essere della cosa e da porsi essa stessa all’origine del danno”.

E qui la Suprema Corte ribadisce un principio chiave e cioè che, “ove il danno consegua all’interazione fra il modo di essere della cosa in custodia e l’agire umano, non basta a escludere il nesso causale fra la cosa e il danno la condotta colposa del danneggiato”, ma si richiede che essa si connoti anche per  oggettive caratteristiche di imprevedibilità ed imprevenibilità che valgano a determinare una definitiva cesura nella serie causale riconducibile alla cosa”.

La eterogeneità tra i concetti di “negligenza della vittima” e di “imprevedibilità” della sua condotta da parte del custode – aggiungono poi i giudici del Palazzaccio citando una sentenza della stessa Cassazione del 2017 – ha per conseguenza che, “una volta accertata una condotta negligente, distratta, imperita, imprudente, della vittima del danno da cose in custodia, ciò non basta di per sé ad escludere la responsabilità del custode. Questa è infatti esclusa dal caso fortuito, ed il caso fortuito è un evento che “praevideri non potest”.

 

… per farlo, oltre che negligente, la condotta deve essere anche del tutto imprevedibile

Insomma, l’esclusione della responsabilità del custode, quando viene eccepita la colpa della vittima, esige un duplice accertamento: “che la vittima abbia tenuto una condotta negligente e che quella condotta non fosse prevedibile”. Infatti, repetita iuvant, la mera disattenzione della vittima non necessariamente integra il caso fortuito per i fini di cui all’art. 2051 c.c., “in quanto il custode, per superare la presunzione di colpa a proprio carico, è tenuto a dimostrare di avere adottato tutte le misure idonee a prevenire i danni derivanti dalla cosa. La condotta della vittima d’un danno da cosa in custodia può dirsi imprevedibile quando sia stata eccezionale, inconsueta, mai avvenuta prima, inattesa da una persona sensata”.

Stabilire se una certa condotta della vittima d’un danno arrecato da cose affidate alla custodia altrui fosse prevedibile o imprevedibile è indubbiamente un giudizio di fatto, e come tale riservato al giudice di merito. Ciò non toglie, però, sottolinea la Cassazione, che questi non può astenersi dal compiere questo giudizio, “limitandosi a prendere in esame soltanto la natura colposa della condotta della vittima”: nel caso specifico della caduta del pedone in corrispondenza di una sconnessione del marciapiede, “non può evidentemente sostenersi che la stessa sia imprevedibile (rientrando nel notorio che la sconnessione possa determinare la caduta del passante), e imprevenibile (sussistendo, di norma, la possibilità di rimuovere il dislivello o, almeno, di segnalarlo adeguatamente)”.

Concludendo il mero rilievo di una condotta colposa del danneggiato non è idoneo a interrompere il nesso causale, “che è manifestamente insito nel fatto stesso che la caduta sia originata dalla (prevedibile e prevenibile) interazione fra la condizione pericolosa della cosa e l’agire umano”. Anche se questa condotta, per quanto non integri il fortuito, può comunque assumere rilevanza ai fini della liquidazione del danno cagionato dalla cosa in custodia, evidentemente con l’attribuzione di un concorso di colpa, “ma ciò può avvenire non all’interno del paradigma dell’art. 2051 c.c., bensì ai sensi dell’art. 1227 c.c. (operante, ex art. 2056 c.c., anche in ambito di responsabilità extracontrattuale), ossia sotto il diverso profilo dell’accertamento del concorso colposo del danneggiato, valutabile sia nel senso di una possibile riduzione del risarcimento, secondo la gravità della colpa del danneggiato e le conseguenze che ne sono derivate (ex art. 1227, 1° co. c.c.), sia nel senso della negazione del risarcimento per i danni che l’attore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza (ex art. 1227, 2° co. c.c.), fatta salva, nel secondo caso, la necessità di un’espressa eccezione della controparte”.

La Cassazione perciò afferma, infine, che “ove sia dedotta la responsabilità del custode per la caduta di un pedone in corrispondenza della sconnessione o buca di un marciapiede, l’accertamento della responsabilità deve essere condotto ai sensi dell’art. 2051 c.c. e non risulta predicabile la ricorrenza del caso fortuito a fronte del mero accertamento di una condotta colposa della vittima – la quale potrà invece assumere rilevanza, ai fini della riduzione o dell’esclusione del risarcimento, ai sensi dell’art. 1227, 10 o 2° co. c.c. -, richiedendosi, per l’integrazione del fortuito, che detta condotta presenti anche caratteri di imprevedibilità ed eccezionalità tali da interrompere il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno”.

La sentenza è stata pertanto cassata, con rinvio alla Corte d’appello, in diversa composizione, per procedere a nuovo esame, alla luce dei principi e delle considerazioni della presente sentenza.