Articolo Pubblicato il 15 febbraio, 2021 alle 10:00.

Il Comune di Roma aveva tentato di girare la “frittata”, sostenendo la tesi “balzana” che il comprovato stato di dissesto di una strada avrebbe dovuto imporre più attenzione da parte di un pedone, ma la Cassazione, con l’ordinanza n. 1111/21 depositata il 21 gennaio 2021, ha definitivamente condannato la Pubblica Amministrazione ribadendo il concetto che, per essere sollevata da responsabilità per i danni causati dai beni in custodia, il comportamento del danneggiato deve essere colposo e imprevedibile, circostanza del tutto assente nel caso di specie.

 

Una donna caduta a causa di una buca

Il contenzioso, uno dei tanti, riguarda le “celeberrime” buche dell’Urbe (in foto). Una donna aveva citato in causa Roma Capitale al fine di accertatane la responsabilità ex art. 2051 c.c. o, in alternativa, ex art. 2043 c.c., e di condannarla al risarcimento dei danni che aveva subito cadendo a causa di una buca non segnalata presente in via San Giovanni in Laterano, scarsamente illuminata e in cattivo stato di manutenzione.

Il Tribunale di Roma tuttavia, con sentenza del 2017, aveva rigettato la domanda. La Corte d’Appello capitolina, investita del gravame dalla danneggiata, aveva invece riformato la sentenza di prime cure, riconoscendo Roma Capitale responsabile ex art. 2051 c.c., e condannandola, di conseguenza, a corrispondere all’appellante la somma di 43.347 euro, al netto degli interessi legali, e al pagamento delle spese processuali.

 

Il Comune dà la colpa al pedone

Contro quest’ultima sentenza Roma Capitale ha quindi proposto ricorso per Cassazione contestando in particolare la valutazione operata dai giudici territoriali circa il comportamento del pedone, ritenendo che la vittima, camminando normalmente su una strada con scarsa illuminazione e con la presenza di diverse buche non distanti l’una dall’altra, non fosse incorsa in alcuna responsabilità.

La tesi sostenuta nel ricorso, in buona sostanza, è che non basterebbe il parametro della normalità dell’azione a qualificarla come corretta, occorrendo, invece, tenere un comportamento adeguato allo stato dei luoghi. A nulla, secondo Roma Capitale, rileverebbe l’accertamento che il marciapiedi era dissestato e caratterizzato da buche molto difficili da evitare, senza tenere in considerazione anche l’adeguatezza del comportamento della danneggiata, che avrebbe potuto percepire, proprio per la scarsa illuminazione e per la presenza di numerose buche, la sussistenza di un pericolo e che con l’uso di una maggiore prudenza avrebbe potuto evitarlo.

“Se l’utente è distratto o incauto e percorre normalmente un marciapiede scarsamente illuminato, la prevedibilità dell’evento va esaminata in relazione al comportamento, non in assoluto – conclude il ricorso – Ma nella sentenza impugnata manca l’accertamento, anzi si dà per scontato che basta camminare per strada per ritenersi assolti dalla responsabilità“.

Ma per la Suprema Corte il ricorso è inammissibile. Gli Ermellini osservano che la sentenza impugnata, accogliendo uno dei motivi di appello formulati dalla danneggiata, quello con cui aveva lamentato di avere assolto il proprio onere probatorio e di avere riscontrato la mancanza di elementi idonei ad integrare il fortuito, aveva statuito che Roma Capitale non aveva a sua volta assolto all’onere di provare il caso fortuito, idoneo a recidere il nesso causale da intendersi “quale fattore causale, estraneo alla sfera soggettiva, che presenta i caratteri dell’imprevedibilità e dell’eccezionalità, purché esso abbia efficacia determinante dell’evento dannoso“, comprendente la condotta del danneggiato “purché abbia due caratteristiche: sia stata colposa, e non fosse prevedibile da parte del custode”.

 

La condotta del pedone non era stata né colposa né inverosimile

La Cassazione sottolinea che la condotta della danneggiata non era stata “inverosimile” né non poteva essere ex ante prevista sulla base di una normale valutazione, perciò non era possibile affermare che fosse stata idonea a cagionare l’evento dannoso.

La ricorrente – spiegano i giudici del Palazzaccio – si limita a sollecitare un diverso apprezzamento del comportamento di (omissis), al fine di addivenire ad una conclusione opposta riguardo alla ricorrenza del caso fortuito; partendo dal presupposto errato che la Corte d’Appello abbia omesso di farlo, violando l’art. 1227 c.c. che le imponeva anche d’ufficio l’indagine sulla condotta del danneggiato, Roma Capitale attribuisce specifico rilievo alla circostanza che la vittima non avesse adeguato la propria condotta allo stato dei luoghi, cioè proprio alla scarsa illuminazione ed alla presenza di numerose buche difficili da evitare”: affermazioni chiaramente contraddittorie.

Roma Capitale, concludono gli Ermellini, “omette evidentemente di confrontarsi con la motivazione della sentenza impugnata, che proprio valorizzando la necessità che la condotta della vittima tenesse anche conto dello stato dei luoghi – scarsa illuminazione, presenza di numerose buche – ha escluso che essa, con il proprio comportamento, avesse cagionato l’evento dannoso.

Nessuna censura, inoltre, attinge la parte della sentenza in cui la Corte d’Appello ha escluso l’imprevedibilità e l’eccezionalità della condotta della vittima. Il che è ulteriore ragione per dichiarare il ricorso inammissibile” Ergo, condanna al risarcimento confermata con in più quella a pagare le spese del giudizio di legittimità.