Articolo Pubblicato il 30 marzo, 2020 alle 10:00.

Molto spesso i bambini si fanno male giocando, ma se l’infortunio capita in un parco pubblico e a causa di carenze di manutenzione dei giochi quali scivoli o altalene, i genitori possono chiedere i danni al Comune che, se non dimostra che la caduta era evitabile da parte del piccolo, è tenuto a risarcirlo.

Con l’ordinanza n. 7578/2020 depositata il 27 marzo 2020 la Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso frequente che tocca a migliaia di famiglie.

 

Un bambino cade da uno scivolo e i genitori chiedono i danni al Comune

Un bimbo lombardo di nove anni, all’epoca dei fatti, era caduto rovinosamente a terra dallo scivolo di un parco comunale fratturandosi l’omero. I suoi genitori avevano citato in causa il Comune proprietario del parco e dei giochi pubblici addebitando l’incidente a un difetto della pedana dello scivolo e ritenendolo quindi responsabile in veste di custode.

Richieste respinte in primo e secondo grado

Sia in Tribunale che in Corte d’Appello di Milano, tuttavia, la loro richiesta di risarcimento danni era stata respinta, ritenendo, in particolare i giudici di prime cure, che la dinamica dei fatti non fosse chiara dalla lettura dell’atto di citazione e dal suo confronto con il racconto effettuato in occasione della querela presentata subito dopo l’infortunio, e non ammettendo le prove ritenute superflue.

 

La mamma e il papà del piccolo ricorrono per Cassazione

Di qui il ricorso del papà e della mamma del piccolo per cassazione, con tre motivi di doglianza. Secondo i genitori il giudice aveva errato nel ritenere non chiara la dinamica traendo le sue conclusioni esclusivamente dall’esposizione dei fatti resa in citazione, che peraltro non sarebbe stata né lacunosa o contraddittoria, e avrebbe dovuto ammettere le prove richieste, la cui mancata ammissione sarebbe stata illogica ed erronea portando ad una sentenza di fatto in assenza di attività istruttoria.

Inoltre, i ricorrenti hanno lamentato la violazione dell’art. 2051 del Codice civile avendo il giudice reputato non provato che il difetto della pedana fosse un’insidia non visibile, asserendo che la responsabilità per cose in custodia sussiste quando quest’ultima determina la configurazione nel caso concreto di un’insidia e che la prova che quest’insidia non fosse visibile o fosse evitabile spettava al danneggiato.

 La Cassazione accoglie il ricorso

Ebbene, secondo i giudici del Palazzaccio il ricorso è fondato.

La Suprema Corte ha esaminato la versione dei fatti fornita nell’atto di citazione, dove si leggeva che “la caduta a terra sarebbe dovuta a una sorta di cedimento strutturale di una o più assi in legno del ponte dello scivolo”, e l’ha confrontata con quella presente nella denuncia querela, dove si parlava di “caduta dovuta a un inciampo in una delle assi di legno non fissate perfettamente alla struttura del gioco”, affermando come non vi fosse “alcuna radicale contraddittorietà” tra le due versioni, “posto che il fatto in entrambi gli atti è unico e consiste nel “dinamismo” che i ricorrenti attribuiscono allo scivolo quale causa dell’incidente”.

 

La mancata ammissione delle prove va motivata adeguatamente

La Suprema Corte precisa inoltre che il giudice di merito può non ammettere le prove richieste, ma “del rifiuto dell’istruttoria deve dare adeguata motivazione, in difetto della quale la sua decisione è ricorribile in Cassazione”.

Com’è giustamente accaduto nello specifico perché la motivazione addotta della contraddittorietà delle versioni dei fatti fornite dai genitori del bimbo “non solo di per sé non giustifica la ratio della decisione – proseguono gli Ermellini – ma neanche è idonea a farlo in base al contenuto, che suppone una contraddizione inesistente”.

Insomma, la tesi che le due esposizioni dell’accaduto si contraddicano l’un l’altra, oltre a non costituire motivazione sufficiente a sorreggere una decisione di rigetto delle prove e della domanda, “è frutto di un errore percettivo sul contenuto di una prova, che può essere fatto valere in sede di legittimità”.

 

E’ il custode della cosa a dover dimostrare che il danno era evitabile con l’ordinaria diligenza

Ma l’indicazione forse più rilevante la Cassazione la dà al riguardo del terzo motivo di ricorso, circa l’onere della prova. “La responsabilità per cose in custodia – chiariscono ancora un volta gli Ermellini – non richiede che quest’ultima costituisca un’insidia, ossia un pericolo non visibile e prevedibile, attenendo semmai quest’aspetto all’evitabilità del danno da parte del danneggiato”.

Essa, al contrario, presuppone soltanto “che il danno sia avvenuto per il “dinamismo” di una cosa che era soggetta al controllo del custode, spettando a quest’ultimo la prova che il danno era evitabile dal danneggiato usando l’ordinaria diligenza, ossia la prova che la cosa presentasse una insidia visibile ed evitabile dal danneggiato stesso”.

La sentenza impugnata è stata pertanto cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Milano in diversa composizione per la definitiva definizione del caso e del risarcimento spettante al bambino.