Articolo Pubblicato il 23 aprile, 2020 alle 10:30.

I familiari di Genoveffa Torresan smentiscono il legale dell’Asl secondo cui sarebbero

stati avvisati della complessità dell’operazione costata la vita alla 67enne di Riese PioX

Nessuno ci ha mai informati che l’intervento a cui è stata sottoposta la nostra cara era a rischio”. A precisare con forza questo elemento essenziale della tragica vicenda sono il marito e i figli di Genoveffa Torresan, la 67enne di Riese PioX deceduta il 25 marzo all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso dopo un’operazione di rimozione di un adenoma ipofisario subita tre giorni prima.

Alla luce dell’esposto presentato dai familiari, il Pubblico Ministero della Procura della Marca, il dott. Davide Romanelli, ha aperto un procedimento penale per omicidio colposo iscrivendo nel registro degli indagati i tre medici della Neurochirurgia che hanno seguito la paziente e si sono occupati dell’operazione, i dottori Domenico Billeci, Jacopo Del Verme e Massimo Sonego, e ha disposto l’esame autoptico effettuato lunedì 20 aprile dal consulente medegale incaricato dal Sostituto Procuratore, il dott. Antonello Cirnelli.

L’autopsia ha confermato quanto era emerso fin dal primo momento, e cioè che la donna è morta a causa della recisione della carotide durante l’intervento, lesione che ha determinato un’emorragia cerebrale: ora il Ctu dovrà stabilire se si sia trattato di un errore, con conseguenti profili di responsabilità medica a carico dei sanitari, o di una complicanza tra quelle previste per questo tipo di operazione.

Ai familiari, già duramente provati dal drammatico epilogo, però, non va giù che il legale dell’Asl2 e di due degli indagati abbia dichiarato che essi fossero perfettamente a conoscenza del livello di rischio dell’intervento. “Sia lo specialista che per anni ha seguito la nostra congiunta sia il dott. Billeci avevano sempre garantito, tanto a lei, quanto a tutti noi, che si trattava di un intervento semplice e di routine: è stata ricoverata domenica per essere dimessa il mercoledì o al massimo il giovedì. Non uno ma due sanitari ci avevano rassicurato a tranquillizzato in tal senso. Perciò non accettiamo che dall’Asl vogliano sovvertire la realtà dei fatti: sostenere che sapevamo dei pericoli dell’operazione è falso. L’intervento, peraltro, inizialmente era programmato per il 17 marzo ma causa coronavirus era stato rinviato a data da destinarsi proprio perché non urgente. E abbiamo speso centinaia di euro perché fosse il dott. Billeci a operare, sapendo che aveva una grande esperienza e all’attivo oltre mille interventi all’ipofisi: solo dopo abbiamo scoperto che in sala operatoria non c’è andato lui ma il dott. Del Verme. Se l’avessimo saputo prima Genoveffa non si sarebbe operata”.

Non solo. “Dopo la seconda operazione per bloccare l’emorragia, il dott. Del Verme ci ha garantito che la lesione cerebrale era limitata e che Genoveffa sarebbe rimasta paralizzata solo alla gamba e al braccio sinistri – proseguono i familiari – E lo stesso ha fatto uno dei medici che aveva partecipato alla terza operazione, per rimuovere una parte della teca cranica onde facilitare la decompressione del cervello: “è andato tutto bene” ci ha assicurato. Peccato però che quattro ore dopo il medico della Rianimazione, che ci ha convocati d’urgenza, ci abbia detto chiaro che non c’era più nulla da fare. Cos’è cambiato in poche ore? E’ stato solo allora che questo dottore, a cui chiedevamo spiegazioni su come fosse possibile tutto questo per un’operazione di routine, ha obiettato che in realtà l’intervento era abbastanza complicato”.

Noi – concludono il marito e i figli – sappiamo solo che Genoveffa era ancora giovane, aveva 67 anni, era in piena salute, non prendeva alcun farmaco: doveva solo effettuare quest’intervento di “pulizia” della ipofisi a cui si era già sottoposta senza alcun problema 25 anni fa. Chiediamo chiarezza, verità e giustizia”.