Articolo Pubblicato il 5 giugno, 2020 alle 10:30.

Con la sentenza n. 9271/20 depositata il 26 maggio 2020 la Cassazione ha affrontato un caso purtroppo frequentissimo, i prelievi “criminali” dai conti correnti attraverso bancomat rubati o clonati di cui restano vittima ogni anno migliaia di correntisti.

E lo ha fatto ribadendo alcuni principi fondamentali a tutela dei risparmiatori, chiarendo, in particolare, che la è la banca a dover dimostrare che l’operazione contestata è riconducibile ai clienti, e non questi ultimi a dover provare di aver custodito diligentemente la carta e di non aver concausato con la loro negligenza il furto.

 

Ignoti svuotano il conto corrente a due coniugi

Due coniugi campani, che avevano un conto corrente in comune aperto presso Poste Italiane, con relativa carta per prelievo bancomat, il 19 settembre del 2013 si erano accorti che, nei due giorni precedenti, il loro conto, che presentava un saldo attivo di circa 23 mila euro, era stato azzerato mediante prelievi allo sportello, non autorizzati dai ricorrenti, e dunque effettuati abusivamente.

La causa contro Poste Italiane che non intende rimborsarli

Il giorno stesso avevano comunicato l’accaduto a Poste Italiane, che aveva provveduto a bloccare il bancomat, salvo però non riconoscere loro la restituzione della somma sottratta. Di qui la citazione in giudizio dell’azienda per ottenere il rimborso della somma sottratta da parte dei due correntisti, che sostenevano di averne diritto.

Le Poste da parte loro avevano resistito alla domanda, depositando la distinta dei movimenti sospetti, da cui risultavano prelievi allo sportello, facendo presente che la tessera bancomat costituiva da sola documento valido per il prelievo, senza bisogno di ulteriori documenti di identità.

Il Tribunale di Napoli Nord, in primo grado, aveva ritenuto che i due ricorrenti non avessero fornito la prova della diligenza usata per impedire il furto o la clonazione del bancomat e che non vi fosse responsabilità della banca anteriore al blocco della carta.

La Corte di appello partenopea, dove i due coniugi avevano appellato la precedente sentenza, aveva a sua volta ritenuto inammissibile il gravame ai sensi dell’articolo 348 bis del codice di procedura civile, di qui il loro ulteriore ricorso per Cassazione contro la decisione di primo grado.

I correntisti ricorrono per Cassazione

Ripercorrendo la vicenda, la Suprema Corte spiega come il Tribunale sia partito dal presupposto che l’onere di dimostrare di non aver dato causa al furto, clonazione o smarrimento della carta, ossia l’onere di dimostrare la diligente custodia del bancomat, gravasse sui ricorrenti, che ne erano i detentori, i quali, tuttavia, non l’avrebbero assolto. Così come spettava loro di provare la tempestiva denuncia dell’indebito prelievo a loro danno.

Secondo i giudici questa prova sarebbe mancata, circostanza che, unitamente alla “tardiva richiesta di blocco della carta”, deponeva per per una loro negligenza. E in ogni caso, a prescindere da ciò, le condizioni generali di contratto rendevano l’istituto di credito non responsabile per i prelievi anteriori alla denuncia di blocco: secondo il Tribunale esso avrebbe dovuto rispondere dei prelievi indebiti non autorizzati solo dopo il blocco.

 

I ricorrenti lamentano l’inversione dell’onere della prova

Nel loro ricorso, invece i correntisti hanno obiettato, tra l’altro, che, dal combinato disposto degli articoli 2697 c.c. e 10 e 12 legge n. 11 del 2010, l’onere di provare la diligenza nell’evitare l’incasso fraudolento sarebbe spettato alle Poste e non a loro: spettava, cioè, all’azienda dimostrare di aver agito correttamente nel registrare l’operazione di pagamento. E, sempre dalle stesse norme, secondo i due coniugi, si doveva evincere che era a carico della banca il prelievo abusivo successivo alla denuncia, mentre per quello anteriore il correntista doveva rispondere solo nei limiti di 150 euro.

I ricorrenti invocavano quindi l’onere della prova a carico dell’istituto anche alla scorta degli artt. 1782, 2051 e 2697 c.c., ossia dalle norme sul deposito irregolare e sull’obbligo di custodia, che impone al custode di evitare danni a terzi. Ma, soprattutto, i due coniugi hanno lamentato il fatto che il Tribunale avrebbe ritenuto provata la diligenza delle Poste sul presupposto – erroneo – che i prelievi fossero avvenuti al bancomat, quando invece erano avvenuti allo sportello alla presenza di un operatore, così come il fatto che la loro denuncia fosse stata giudicata “tardiva”, quando in realtà era stata notificata a Poste il giorno dopo i prelievi.

Dunque, il tribunale non avrebbe tenuto conto né della tempestività della denuncia, né del fatto che il prelievo era avvenuto al cospetto di un addetto, circostanze che, se considerate adeguatamente, avrebbero comportato una diversa decisione, anche con riguardo alla prova della diligenza della banca.

La Cassazione accoglie il ricorso

La Suprema Corte ricorda che in tema di responsabilità della banca in caso di operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, “anche al fine di garantire la fiducia degli utenti nella sicurezza del sistema (interesse degli stessi operatori), è del tutto ragionevole ricondurre nell’area del rischio professionale del prestatore dei servizi di pagamento, prevedibile ed evitabile con appropriate misure destinate a verificare la riconducibilità delle operazioni alla volontà del cliente, la possibilità di una utilizzazione dei codici di accesso al sistema da parte dei terzi, non attribuibile al dolo del titolare o a comportamenti talmente incauti da non poter essere fronteggiati in anticipo”.

Ne consegue che, anche prima dell’entrata in vigore del d.lgs. n. 11 del 2010, attuativo della direttiva n. 2007/64/CE relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, “la banca, a cui è richiesta una diligenza di natura tecnica, da valutarsi con il parametro dell’accorto banchiere, è tenuta a fornire la prova della riconducibilità dell’operazione al cliente”.

 

E’ l’istituto di credito a dover provare la riconoscibilità dell’operazione al cliente

Un regola confermata anche dal D.Ivo n. 11 del 2010, secondo cui “l’onere di dimostrare che l’operazione, posta in essere illecitamente dal terzo, è stata comunque effettuata correttamente e che non v’è stata anomalia che abbia consentito la fraudolenta operazione, grava, per l’appunto sulla banca”.

La Cassazione aggiunge poi che, postulando pur sempre la natura contrattuale del rapporto tra banca e correntista, e dunque un certo rilievo dell’articolo 1176 c.c. in tema di diligenza delle parti del rapporto di conto, “la responsabilità della banca per operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, con particolare riguardo alla verifica della loro riconducibilità alla volontà del cliente mediante il controllo dell’utilizzazione illecita dei relativi codici da parte di terzi, ha natura contrattuale e, quindi, va esclusa se ricorre una situazione di colpa grave dell’utente, configurabile nel caso di protratta mancata attivazione di una qualsiasi forma di controllo degli estratti conto”.

In sostanza, grava sulla banca l’onere di diligenza di impedire prelievi abusivi, e grava sempre sull’istituto di credito, per altro verso, l’onere di dimostrare che il prelievo non è opera di terzi, ma è riconducibile comunque alla volontà del cliente,. Il quale subisce le conseguenze della perdita (solo) se, per colpa grave, ha dato adito o ha aggravato il prelievo illegittimo.

 

Respinta anche la circostanza della “denuncia tardiva”

Appare dunque chiaro che il Tribunale, nella sua decisione, non ha rispettato queste norme. I giudici del Palazzaccio convengono con i ricorrenti sul “quando” della denuncia.

Il giudice di merito – recita la sentenza – ritiene il correntista in colpa per aver tardato nella denuncia del fatto alla banca, pur dopo aver premesso che i prelievi sono avvenuti tra il 17 e il 18 settembre 2013, e che il successivo 19 settembre è avvenuto il blocco del bancomat su segnalazione dei ricorrenti, dunque un solo giorno dopo, incorrendo cosi in errore percettivo, e comunque non motivando sull’esatto termine concesso al correntista per denunciare il fatto, tenendo conto del fatto che gli articoli 7 e 9 D.Ivo n. 11 del 2010 richiedono che la denuncia avvenga senza indugio, termine che va nel caso concreto adeguatamente valutato, e comunque non oltre 13 mesi dalla conoscenza del fatto”.

Ma, soprattutto, la Suprema Corte censura il Tribunale laddove “fa gravare l’onere della prova sui correntisti, incaricando questi ultimi di dimostrare di non aver ceduto ad alcuno la tessera o il PIN e di avere diligentemente custodito la carta, senza considerare che, in ragione delle norme citate, è onere non dei correntisti, ma della Banca, dimostrare la riconducibilità dell’operazione al cliente e non al terzo”.

Da ultimo, i giudici del Palazzaccio sottolineano come il tribunale abbia omesso di considerare il “dato legislativo – facendo invece prevalere il significato proprio delle condizioni generali di contratto , che pone a carico del correntista, qualora ovviamente emerga l’uso indebito da parte del terzo, solo la somma di 150 euro di quanto indebitamente prelevato prima della denuncia di blocco (articolo 12 comma 3)”. Il ricorso è stato pertanto accolto e la sentenza cassata, con rinvio.