Articolo Pubblicato il 4 settembre, 2020 alle 11:00.

Anche se di fronte c’è un investitore “esperto”, che ha già effettuato operazioni finanziarie a rischio elevato, la banca non è esonerata dall’assolvere i propri obblighi informativi sul titolo proposto. Viceversa, in caso di danno economico, il cliente può richiedere a ragione di essere risarcito. E’ una sentenza rilevante a tutela dei risparmiatori quella, la n. 18153/20, depositata dalla prima sezione della Corte di Cassazione il 31 agosto 2020.

 

Un’investitrice cita in causa per danni la banca ma la richiesta viene respinta

La vicenda riguarda un’investitrice emiliana che aveva citato in causa il Monte dei Paschi di Siena avanti il Tribunale di Bologna perché fosse accertata la nullità o l’inefficacia e fosse annullato il contratto di negoziazione da lei concluso con l’istituto nel 1992, nonché tutti i negozi attuativi dello stesso, con relativa condanna della banca a restituirle oltre 736mila euro. I giudici però, con sentenza del 2009, avevano respinto l’istanza, decisione confermata nel 2015 anche dalla Corte d’Appello felsinea presso la quale la donna aveva appellato la sentenza di primo grado.

La corte di merito aveva rilevato tra le altre cose, che gli ordini di acquisto erano stati redatti per iscritto, che non dovevano applicarsi gli artt. 94 ss. d.lgs. n. 58 del 1998, non essendo nella specie integrata la fattispecie della sollecitazione all’investimento, trattandosi di mera negoziazione su ordine del cliente, e che la banca aveva consegnato il documento dei rischi generali: pur ammettendo che questo non era sufficiente ad assolvere gli obblighi informativi, secondo i giudici territoriali la cliente non aveva provato la sussistenza del nesso causale con il danno, dal momento che l’investimento era adeguato alla medesima ed essa, anche se fosse stata informata, avrebbe verosimilmente comunque compiuto le operazioni contestate, dal momento che risultava avere un forte esperienza finanziaria.

 

L’obbligo di informazione del cliente

La danneggiata (dall’investimento andato male) ha quindi proposto ricorso anche per Cassazione, affidandosi a due motivi. Quello che qui preme è il primo nel quale la ricorrente lamentava il fatto che la corte territoriale avesse ritenuto irrilevante l’inadempimento della banca ai propri obblighi informativi, solo perché lei aveva già operato investendo in titoli di pari rischio, obiettando che il comportamento pregresso dell’investitore non può valere a privarlo del diritto di invocare, con riguardo ad ulteriori acquisti, l’applicazione della disciplina di tutela, dal momento che solo un adeguato e corretto adempimento all’obbligo informativo permette una ponderata scelta di investimento con riguardo al singolo ordine.

E le la Cassazione il motivo è assolutamente fondato.Non ha pregio la tesi secondo cui, in presenza di un investitore pur aduso ad operazioni finanziarie a rischio elevato, che risultino dalla sua condotta pregressa, la banca sia esonerata dall’assolvimento degli obblighi informativi, prescritti in generale e senza eccezioni dall’art. 21 d.lgs. n. 58 del 1998, con le relative specificazioni regolamentari” asserisce la Suprema Corte, ricordando la normativa di riferimento.

In particolare, l’art. 28 reg. Consob n. 11522 del 1998, “qui applicabile”, prescrive che gli intermediari autorizzati non possono effettuare o consigliare operazioni o prestare il servizio di gestione “se non dopo aver fornito all’investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte…”. Inoltre, l’art. 23, comma 6, d.lgs. n. 58 del 1998 prevede un’inversione dell’onere della prova in favore del cliente, spettando all’intermediario di provare di aver agito con la specifica diligenza richiesta: dunque, grava sulla banca l’onere di dimostrare, in particolare, di avere correttamente informato i clienti sulla natura, i rischi e le implicazioni della specifica operazione o del servizio.

 

Obbligo che viene meno se l’investitore in precedenza ha già acquistato azioni o titoli

L’obbligo primario dell’intermediario – prosegue la Cassazione – è offrire la piena informazione attiva circa la natura, i rendimenti ed ogni altra caratteristica del titolo, non potendosi affatto presumere che l’investitore debba necessariamente cogliere tutte le implicazioni di un dato investimento, solo perché in passato abbia già acquistato azioni o altri titoli, sebbene a rischio elevato. Una simile tesi finirebbe per escludere tout court l’applicazione della disciplina di legge in un numero non irrilevante di casi, al di fuori di qualsiasi aggancio interpretativo in tal senso, vuoi nella lettera, vuoi – ancor meno – nella ratio della disposizione, che parte viceversa dal presupposto di uno squilibrio (appunto) informativo tra le parti, onde l’intermediario diligente è gravato dall’onere di offrire la completa informazione del titolo, onere da cui quindi in nessun modo il medesimo può essere esentato”.

I giudici del Palazzaccio ammettono che il danno derivante dall’inadempimento degli obblighi informativi “non può mai considerarsi in re ipsa”, tuttavia, in assenza del loro assolvimento, “sussiste una presunzione dell’esistenza del nesso di causalità, quanto alla avvenuta effettuazione di una scelta non consapevole da parte dell’investitore, i cui effetti pregiudizievoli non possono pertanto essere ascritti alla sua volontà; né la precedente o contestuale condotta di investimento in altri titoli rischiosi fa venire meno gli obblighi previsti dalla legge in capo all’intermediario”.

Il quale, rammenta la sentenza, è tenuto a fornire al cliente una dettagliata informazione preventiva circa i titoli mobiliari, ricorrendo “un inadempimento sanzionabile ogni qualvolta detti obblighi informativi non siano integrati e restando irrilevante, a tal fine, ogni valutazione di adeguatezza dell’investimento, posto che l’inosservanza dei doveri informativi da parte dell’intermediario è fattore di disorientamento dell’investitore, che condiziona le sue scelte di investimento”.

 

I principi di diritto

In conclusione, nel cassare la sentenza impugnata e rinviare il caso alla Corte d’Appello di Bologna, in diversa composizione per la definizione delle controversia, la Cassazione enuncia i principi di diritto che dovranno guidare la decisione dei giudici territoriali: “In tema di intermediazione finanziaria, l’intermediario non è esonerato, in presenza di un investitore pur aduso ad operazioni finanziarie a rischio elevato che risultino dalla sua condotta pregressa, dall’assolvimento degli obblighi informativi, prescritti in generale e senza eccezioni dall’art. 21 d.lgs. n. 58 del 1998, con le relative prescrizioni di cui al regolamento Consob n. 11522 del 1998, e successive modificazioni, permanendo in ogni caso l’obbligo primario dell’intermediario di offrire la piena informazione circa la natura, il rendimento ed ogni altra caratteristica del titolo.

Pur non potendo mai il danno derivante all’investitore dall’inadempimento degli obblighi informativi dell’intermediario considerarsi in re ipsa, tuttavia, in assenza dell’assolvimento dell’obbligo informativo dell’intermediario previsto dalla legge, sussiste una presunzione dell’esistenza del nesso di causalità, quanto all’avvenuta effettuazione di una scelta non consapevole da parte dell’investitore, senza che la precedente o la contestuale condotta di investimento in altri titoli rischiosi esoneri dall’adempimento degli obblighi informativi in capo all’intermediario, né integri la prova contraria su di lui gravante”.