Articolo Pubblicato il 20 settembre, 2020 alle 10:00.

Il danno biologico non ha carattere assorbente ed esclusivo di ogni altra voce di danno alla persona, compreso quello morale, che ha una sua autonomia: la liquidazione deve essere sì unitaria ma anche onnicomprensiva, nel senso che deve sì evitare duplicazioni misurandosi con l’unitarietà del danno non patrimoniale, ma deve anche assicurare alla vittima la riparazione integrale del pregiudizio subito.

E’ un chiarimento fondamentale a tutela dei danneggiati quello fornito dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza depositata il 17 settembre 2020 su un caso di malpractice medica.

 

L’odissea di una paziente in seguito a un intervento

Una paziente lamentava di essere stata sottoposta, nel dicembre del 1998, all’Ospedale Umberto I di Siracusa, a un intervento di colangiopancreatografia retrograda endoscopica (CPRE), eseguito da un chirurgo endoscopista, senza alcun preventivo accertamento ecografico e senza alcuna specifica informazione di carattere medico circa gli eventuali rischi ad esso connessi né circa le ipotizzabili alternative chirurgiche.

L’intervento era stato interrotto dopo il fallimento di vari tentativi di incannulare le vie biliari con la sonda dello strumento chirurgico, senza peraltro avere risolto il problema patologico, e anzi aggravando il pregresso quadro clinico, tant’è che il giorno successivo, all’esito di una TAC con cui le veniva diagnosticata una pancreatite acuta con versamento endoaddominale, la paziente era stata immediatamente ricoverata presso il Centro di Rianimazione dello stesso ospedale, e poi trasferita con lelisoccorso al Policlinico Gemelli di Roma.

Qui era stata sottoposta ad una massiccia terapia farmacologica per circa 50 giorni e poi dimessa. Dopo aver infruttuosamente cercato di ottenere stragiudizialmente il risarcimento dei danni subiti dall’Ospedale Umberto I di Siracusa e dalla dottoressa che l’aveva operata, la danneggiata ha quindi richiesto e ottenuto dal Tribunale di Catania di essere sottoposta ad Accertamento Tecnico Preventivo, da cui emergevano un danno biologico permanente dell’8%, una riduzione della capacità lavorativa specifica dell’8%, una invalidità temporanea assoluta di 100 giorni ed un’invalidità temporanea al 50% di 60 giorni.

La paziente, dunque, di fronte al persistente diniego della controparte, aveva citato in giudizio, dinanzi allo stesso Tribunale di Catania, l’Ospedale Umberto I di Siracusa e il medico chiedendone la condanna al risarcimento dei danni, ma il giudice non aveva agccolto la domanda risarcitoria, condannandola per giunta al pagamento delle spese di lite per 12.500 euro.

La donna aveva pertanto appellato la sentenza preso la Corte d’Appello etnea che, con sentenza del 2017, aveva riformato la decisione di prime cure, avendo ravvisato, contrariamente al Tribunale, la responsabilità del chirurgo endoscopista e della struttura sanitaria per la causazione dei danni lamentati, condannandoli, in solido fra loro, al relativo risarcimento, nella misura di complessivi 25.595,00 euro per danno biologico e per spese vive documentate, oltre al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.

 

Il mancato riconoscimento del danno morale

La danneggiata, però, del tutto insoddisfatta del quantum riconosciutole, ha proposto ricorso anche per Cassazione, alla quale si sono altresì rivolti con separati contro-ricorsi il medico e la compagnia assicurativa dell’ospedale, UnipolSai, già Milano Assicurazioni.

Con il primo motivo, quello che qui più interessa, la ricorrente ha lamentato la mancata liquidazione, “senza alcuna ragione”, del danno morale, pur espressamente chiesto nella misura corrispondente alla “personalizzazione” (+50%) del danno biologico prevista dalle Tabelle del Tribunale di Milano per la sua fascia di età (aveva 45 anni all’epoca del sinistro) e per la percentuale di danno biologico accertata (8%). Secondo la danneggiata, omettendo di liquidarlo il giudice territoriale sarebbe incorso nel vizio di violazione di norma di diritto, dovendo considerare in tal modo lo “scostamento immotivato” dalle Tabelle milanesi, e si sarebbe posto in palese ed insanabile contrasto con l’evoluzione della nozione giuridica di danno non patrimoniale e con l’orientamento della Cassazione.

La Corte d’appello, a detta della ricorrente, avrebbe assunto questa “erronea decisione” per non avere considerato la situazione di fatto sottoposta al suo esame, dalla quale emergevano puntuali elementi e circostanze che avrebbero dovuto non solo suggerire, ma addirittura imporre la liquidazione del danno morale: in particolare, l’astratta ricorrenza del reato di lesioni personali colpose (perseguibile d’ufficio avendo causato una malattia nel corpo o nella mente superiore a venti giorni); i gravi turbamenti e le immani sofferenze psico-fisiche patite dopo l’intervento endoscopico, considerato il collasso subito poche ore dopo l’intervento, con fortissimi dolori addominali e repentino innalzamento dei valori di amilasi e amilasuria; il ricovero nel Centro di Rianimazione, a seguito della TAC eseguita l’indomani dall’intervento che aveva consentito di diagnosticare la pancreatite necrotico emorragica con versamento endoaddominale; il trasferimento d’urgenza in elicottero, a seguito del progressivo decadimento delle condizioni cliniche generali, al Policlinico “Gemelli”, dove era rimasta ricoverata per cinquanta giorni, subendo massicce terapie medico-farmacologiche per non incorrere in pericolo di vita.

Ancora, un successivo ricovero, nel gennaio del 2000, all’Ospedale “S. Luigi” di Catania per l’eliminazione della calcolosi, e due accessi, nell’arco del 2002, nella Casa di Cura “S. Lucia” a Siracusa, prima in conseguenza di una forte colica addominale causata da un’occlusione, diretta conseguenza del trauma patito per l’insorgenza della pancreatite, con successiva sottoposizione a intervento chirurgico di laparotomia esplorativa, e poi per gli esiti di “pancreatite cronica – crisi sub occlusive ricorrenti – gastrite antrale”.

 

La Cassazione: il danno morale ha “autonoma consistenza”

Per la Suprema Corte il motivo merita di essere accolto. I giudici del Palazzaccio ribadiscono che “la liquidazione del danno morale non è da considerare conseguenza automatica dell’avvenuto riconoscimento del danno biologico”, ma chiariscono anche con forza che va tuttavia tenuto conto del fatto che “non può essere in ogni caso essere disconosciuta al danno morale autonoma consistenza, là dove esso si riferisca a profili di pregiudizio (il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sé, la paura, la disperazione) non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico-legale del grado percentuale di invalidità permanente”.

La liquidazione del danno alla persona, infatti, prosegue la Cassazione, deve aver luogo: “evitando duplicazioni, misurandosi con l’unitarietà del danno non patrimoniale, ma anche assicurando alla vittima l’integrale riparazione del danno subito”.

La liquidazione del danno deve essere “unitaria” ma integrale

Gli Ermellini puntualizzano che “la preoccupazione concordemente manifestata dai giudici di legittimità è quella di evitare inammissibili duplicazioni risarcitorie, cioè il rischio di riconoscere alla vittima un ingiustificato arricchimento ascrivibile “direttamente” al riconoscimento di una liquidazione che sia il risultato della somma di poste risarcitorie che riguardino il medesimo pregiudizio ovvero derivante “indirettamente” dalla sopravvalutazione delle conseguenze della lezione occorsa”.

Tuttavia, il fatto che la liquidazione debba essere unitaria non può risultare lo schermo dietro cui celare liquidazioni astratte e non trasparenti, e men che mai può tradursi in una arbitraria ed immotivata contrazione del risarcimento – ammonisce la Cassazione – A impedire tale eventualità vi è il fatto che, oltre che unitario, il danno non patrimoniale deve essere omnicomprensivo, cioè deve garantire che la vittima ottenga l’integrale risarcimento del danno, venendo compensata di tutte le conseguenze pregiudizievoli cagionate dall’illecito“.

 

Il danno biologico non esaurisce il danno non patrimoniale alla persona

Non solo. La Suprema Corte aggiunge anche che, dove ricorre il danno biologico, “deve escludersi che esso esaurisca il danno non patrimoniale alla persona. Solo una logica deformante di panbiologizzazione che, per di più, fraintende il significato della omnicomprensività, può indurre a credere che il danno biologico abbia carattere assorbente ed esclusivo di ogni altra voce di danno alla persona.

E inoltre, né l’unitarietà del danno non patrimoniale né la diffusione e l’incentivazione all’uso delle tabelle di liquidazione esonerano il giudice dall’obbligo di rendere trasparenti i criteri di liquidazione adottati, né da quello di dare contezza del contenuto descrittivo del danno, non solo al fine di rendere intellegibile la funzione del risarcimento, ma anche di verificare il collegamento e la corrispondenza tra le poste ammesse al risarcimento, i criteri di liquidazione adottati e la somma in concreto riconosciuta alla vittima, che deve essere tale da garantire e coniugare l’uniformità di base – ciò si realizza facendo in modo che vittime della stessa età e con la stessa percentuale di invalidità permanente ottengano lo stesso risarcimento – con la valorizzazione del vissuto individuale in vista della realizzazione di una eguaglianza che sia anche sostanziale”.

 

Quando si può riconoscere la “sofferenza interiore”

A questo punto la sentenza entra nel vivo applicando nel concreto questi principi. Laddove le proiezioni negative patite non divergano da quelle subite da altre vittime della stessa età e con lo stesso grado di invalidità permanente, la vittima non avrà diritto al riconoscimento di un quid pluris rispetto alla somma riconosciuta a titolo di danno biologico, sulla scorta della liquidazione standardizzata realizzata con l’applicazione del metodo tabellare.La richiesta risarcitoria di poste ulteriori andrà pertanto presa in considerazione ove siano soddisfatte due condizioni: la pretesa risarcitoria non sia stata già riconosciuta; vi sia la prova della ricorrenza di circostanze che ne giustifichino l’accoglimento“.

La prima condizione chiama in causa la natura per così dire “onnicomprensiva” del danno biologico, sulla quale la Suprema Corte torna ancora per dissipare ogni equivoco. “Il danno biologico – spiegano gli Ermellini – è non solo quello derivante dalla violazione dell‘integrità psico-fisica in sé e per sé considerata, giacché deve anche tener conto dei riflessi pregiudizievoli rispetto a tutte le attività realizzatrici della persona umana. La compromissione dinamico-relazione, da ritenersi conseguenza normale dell’evento, costituisce danno biologico, non per assorbimento, ma per identificazione. La vittima non può pretendere, in assenza di prova della ricorrenza di una situazione eccezionale, la liquidazione di un quid pluris, né come voce autonoma di danno, diversamente etichettato e nominato, né come adeguamento in sede liquidatoria di quanto già riconosciutole a titolo di danno biologico”.

Diversa però, prosegue la Suprema Corte, è l’ipotesi, che si è verificata nel caso di specie, in cui la vittima chieda il riconoscimento a fini risarcitori di una conseguenza pregiudizievole diversa dal danno biologico. “E per diversa dal danno biologico si intende una proiezione negativa dell’illecito che non abbia costituito la base di riferimento per la liquidazione del danno biologico”.

Anche su questa affermazione i giudici del Palazzaccio si soffermano per gli opportuni chiarimenti, perché “non basta lamentare una generica sofferenza fisica, la quale non può che accompagnarsi al danno biologico patito: chi subisce un danno biologico sottoponendosi, ad esempio, ad uno o più interventi chirurgici, a terapie, a percorsi di riabilitazione, perde o vede ridotta e modificata la possibilità di intrattenere rapporti sociali. Altro e diverso aspetto del danno risulta la sofferenza interiore (il cosiddetto danno morale, appunto) che dipenda, ad esempio, da come il danneggiato percepisce la lesione nella relazione intimistica con sé stesso, dalle circostanze in cui si è manifestato l’illecito, dalla gravità della condotta dell’agente”.

Quando ricorre questa ipotesi, “la posta risarcitoria oggetto di richiesta si colloca inevitabilmente al di fuori del danno biologico e quindi dovrà ad esso sommarsi, senza la preoccupazione di dar luogo ad una inammissibile duplicazione. Al fine di bandire ogni automatismo occorre però che la vittima alleghi situazioni circostanziate, non bastando enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche, e che dimostri – può avvalersi di ogni mezzo di prova, anche del fatto notorio, delle massime di esperienza e della logica inferenziale – la ricorrenza di conseguenze peculiari che nel caso concreto abbiano reso il pregiudizio sofferto diverso e maggiore rispetto ai casi consimili”.

 

La danneggiata ha fornito piena prova degli ulteriori pregiudizi subiti

Calando infine questi principi al caso oggetto di causa, secondo la Cassazione la ricorrente ha correttamente prospettato “l’erronea pretermissione dei profili pregiudizievoli ulteriori e diversi da quelli insiti nella liquidazione del danno biologico da parte della Corte territoriale, attraverso la deduzione di una serie articolata di fatti e circostanze che avrebbero dovuto quantomeno far presumere che, pure a fronte di un danno biologico di entità contenuta, la sofferenza e l’angoscia patite esorbitassero i limiti della sofferenza insita nel danno biologico, in quanto sua componente essenziale e non eliminabile: ricovero in terapia intensiva, trasferimento d’urgenza in elisoccorso in altro ospedale, plurimi ricoveri successivi al primo intervento, resisi necessari per fronteggiare gli esiti negativi del medesimo, necessità di continuo monitoraggio delle proprie condizioni di salute”.

La Corte d’Appello, invece, si era limitata a liquidare alla vittima il danno biologico da invalidità temporanea e permanente, secondo le Tabelle di Milano vigenti, quantificandolo complessivamente in euro 24.409,00, al netto degli accessori, “ma questo percorso liquidatorio non soddisfa affatto l’esigenza di trasparenza, perché non contiene alcuna chiara specificazione delle ragioni alla base della decisione di accogliere evidentemente solo la domanda avente ad oggetto il risarcimento del danno biologico e di disattendere quella avente ad oggetto, in aggiunta, il risarcimento del danno morale, non permette di verificare la corrispondenza tra il quanto liquidato, il quanto richiesto ed il dovuto, né pare conforme alla giurisprudenza di questa Corte quanto alla liquidazione del danno alla persona” conclude la Cassazione.

Per la cronaca, è stato accolto anche il motivo di ricorso relativo alla mancata liquidazione del danno alla capacità lavorativa specifica accertata dal Ctu. La sentenza impugnata è stata pertanto cassata, con rinvio alla Corte d’Appello di Catania in diversa composizione per la revisione del caso e del risarcimento dovuto alla danneggiata.