Articolo Pubblicato il 16 dicembre, 2020 alle 10:00.

I controlli e le verifiche effettuati dagli Enti previdenziali per l’erogazione dei sussidi previsti per legge per le persone svantaggiate sono doverosi, per evitare che ne beneficino soggetti che non ne hanno titolo, ma è altrettanto doveroso riconoscerli a chi ne ha diritto, oltre che bisogno.

E quanti, e purtroppo non sono pochi, si vedono respingere domande in modo ingiusto, devono andare fino in fondo per far valere le loro ragioni. E’ quanto ha fatto una donna della Basilicata, che è arrivata fino in Cassazione per ottenere quell’assegno di invalidità civile che le spettava a fronte del peggioramento delle sue condizioni, ma che le veniva negato dall’Inps (in foto, la sede di Roma).

 

Una donna cita in causa l’Inps per il mancato riconoscimento dell’assegno di invalidità

La richiedente aveva proposto ricorso in Tribunale che aveva accolto la sua domanda, ma la Corte d’Appello di Potenza, presso la quale l’istituto aveva appellato la decisione, in riforma della sentenza di primo grado, l’aveva rigettata, in quanto il Consulente tecnico d’ufficio nominato in appello aveva accertato una percentuale di invalidità “solo” del 62%, insufficiente per ottenere l’assegno che richiede un grado di almeno il 74%.

Il Ctu aveva concluso per una diagnosi di sindrome Turner, stenosi valvolare aortica di grado moderato ( I e II classe NYHA) e stato ansioso-depressivo: conclusioni contestate dai legali della donna, ma il consulente tecnico aveva replicato sostenendo che la documentazione comprovante l’aggravamento della patologia cardiaca , associata alla sindrome Turner , di per sé non invalidante, era stata depositata solo allegata alle note di replica e che tale produzione era tardiva e quindi inammissibile avendo, inoltre, data anteriore alla visita medico legale.

La richiedente l’assegno ha pertanto proposto ricorso per Cassazione lamentando il fatto che la Corte d’appello avesse omesso del tutto di esaminare la relazione integrativa redatta dal Ctu nominato in appello a seguito delle sue contestazioni e, comunque, ne avesse dato una lettura contraddittoria, totalmente travisata e con motivazione solo apparente, pur avendo dichiarato di volersi uniformare ad essa.

 

Il mancato esame della documentazione medica

Da questa integrazione risultava, infatti, che, citando testualmente, “pur essendo asintomatica la valvulopatia aortica, pur essendo controllate farmacologicamente le crisi asmatiche, le percentuali di invalidità attribuite dalle tabelle ministeriali alla stenosi aortica moderata (50%) e alla bronchite cronica asmatica (45% fisso) comportano il raggiungimento di una percentuale di invalidità del 78% (calcolata con il metodo riduzionistico) che può essere riconosciuto a partire dall’epoca della domanda amministrativa in quanto dalla documentazione sanitaria allegata alla richiesta di chiarimenti del Ctp, la bronchite cronica asmatica era già presente a quell’epoca”.

La ricorrente censurava inoltre la sentenza per aver affermato che il Consulente tecnico d’ufficio aveva replicato alle osservazioni del Ctp, Consulente Tecnico di Parte, segnalando, come ricordato, che la documentazione attestante l’aggravamento della patologia cardiaca, associata alla sindrome Turner, non fosse presente nel fascicolo processuale, che era stata depositata solo allegata alle note di replica e che tale produzione era tardiva e quindi inammissibile. Secondo la donna, la Corte avrebbe comunque dovuto esaminare, vagliare e valutare la documentazione sanitaria esibita per effetto degli art 194 e 195 cpc, palesemente violati e disattesi dalla Corte.

E in ogni caso, concludeva la ricorrente, la sussistenza di un quadro invalidante nella misura del 78% era conseguenza non dell’aggravamento della patologia cardiaca associata alla sindrome Turner, come affermato dalla Corte, ma del riconoscimento della bronchite cronica asmatiforme che, se pur non rilevata nella prima relazione medica dal Ctu per evidente errore diagnostico, era stata affermata nella relazione integrativa e ritenuta presente fin dalla domanda amministrativa, poiché già riconosciuta nella relazione del consulente del Tribunale e del consulente di parte.

La Suprema Corte accoglie il ricorso

Per la Cassazione, con la sentenza n. 28051/20 depositata il 9 dicembre 2020, il ricorso va accolto. “Pur non essendo ravvisabile la violazione dell’art 13 L 1971 – spiegano gli Ermellini -, atteso che la Corte ha applicato i criteri fissati dalla legge per il riconoscimento della prestazione richiesta, deve invece ravvisarsi la violazione dell’art .149 disp att in quanto la Corte afferma erroneamente di non poter esaminare la documentazione attestante un aggravamento della patologia cardiaca”.

 

Gli aggravamenti incidenti sul complesso invalidante vanno sempre valutati

L’art. 149 disp. att. cod. proc. civ., ricorda la Suprema Corte, impone di valutare gli aggravamenti incidenti sul complesso invalidante verificatisi nel corso del procedimento amministrativo e giudiziario. Questa norma “è espressione di un principio generale di economia processuale, nonché in base al canone interpretativo desunto dal precetto costituzionale di razionalità e di uguaglianza.

L’operatività della citata disposizione non può ritenersi limitata al solo giudizio di primo grado, giacché il giudizio concernente le prestazioni assistenziali non ha per oggetto l’atto amministrativo di reiezione della domanda bensì l’esistenza del diritto dell’assicurato alla prestazione stessa, e quindi dei relativi presupposti che, in applicazione dell’art. 149 disp. att. cod. proc. civ., devono essere accertati non solo con riferimento alla data dell’atto amministrativo di reiezione, ma con riferimento al periodo successivo e fino alla pronuncia giudiziaria.

Il relativo obbligo non è subordinato ad una richiesta di parte e neanche alla produzione di documenti ad opera di questa, ma può essere assolto d’ufficio, anche in appello, conservando il giudice anche in tale fase, nei limiti del devoluto, l’insindacabile potere di apprezzare l’idoneità degli elementi prospettati dalla parte o rilevati d’ufficio ad esprimere un sopravvenuto deterioramento della condizione patologica e a delineare l’esigenza di conseguenti accertamenti”.

La Corte territoriale aveva invece erroneamente (e colpevolmente) ritenuto, in violazione di questa norma, di non poter esaminare la documentazione che la stessa Corte assumeva rappresentare un aggravamento della patologia cardiaca . “La decisione – conclude la Cassazione – è ancor più errata ove si consideri che il Ctu,  nella relazione integrativa, aveva evidenziato la presenza di una bronchite asmatica, non rilevata nella sua prima relazione medica, che determinava il raggiungimento della percentuale di invalidità idonea al riconoscimento della prestazione richiesta . Tale patologia risultava già accertata dal Ctu del Tribunale e lo stesso Ctu nominato in appello l’aveva ritenuta decisiva ai fini del riconoscimento della prestazione”.

La Corte territoriale dunque, anche a prescindere dall’aggravamento della patologia, cardiaca o dal mancato riscontro della patologia asmatica preesistente, “era tenuta a valutare tale documentazione nome potendo affermare la sua inammissibilità”. La sentenza impugnata è stata pertanto cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Potenza, in diversa composizione, per la  revisione della causa.