Articolo Pubblicato il 13 marzo, 2020 alle 10:43.

E’ un’ordinanza che farà giurisprudenza sul piano più generale della responsabilità della Pubblica amministrazione, o comunque dei soggetti gestori di servizi pubblici, quella – la numero 6651/20 – depositata il 9 marzo 2020 dalla Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che nella fattispecie l’Anas deve rispondere per l’incidente provocato dalla caduta sulla strada di un albero anche se le sue radici erano poste su un terreno confinante e quindi la pianta era di proprietà di un privato.

Questo perché l’Ente proprietario della strada ha l’obbligo di controllare anche la condizione dei fondi adiacenti e, in caso di pericolo, di intervenire.

 

Due automobilisti si scontrano con un albero abbattutosi sulla carreggiata

La vicenda. Un automobilista e la passeggera trasportata nel veicolo erano rimasti coinvolti in un brutto incidente sulla Statale 206: l’auto su cui viaggiavano era finita contro un albero di notevoli dimensioni che, caduto a causa di una tempesta di vento, si era abbattuto sulla carreggiata rendendo inevitabile la collisione, in seguito alla quale i due malcapitati avevano riportato pesanti lesioni, oltre alla totale distruzione della vettura.

Per essere risarciti i due danneggiati avevano citato in giudizio l’Ente gestore della strada, l’Anas, il quale a sua volta aveva chiamato in causa la proprietaria del fondo limitrofo sul quale, secondo la sua tesi difensiva, era radicato l’albero che si era abbattuto sulla carreggiata. Sia il Tribunale di Pisa, sia la Corte d’Appello di Firenze, tuttavia, avevano rigettato la domanda risarcitoria, di qui il ricorso in Cassazione adducendo ben 8 motivi di doglianza.

I danneggiati ricorrono per Cassazione

I ricorrenti, tra i vari aspetti, hanno lamentato il fatto che la Corte territoriale avesse ritenuto non provata la colpa dell’Anas con argomentazioni apodittiche, ossia, in sostanza, che la motivazione sulla condotta omissiva dell’ente era del tutto apparente.

Secondo i danneggiati, i giudici d’appello avevano omesso di valutare l’appartenenza del luogo ove l’albero era radicato prima di cadere, provocando l’incidente, e che non avevano considerato che l’esistenza delle fasce di rispetto previste dagli artt. 16 lett. c) e 14 lett. a) e b) del Codice della Strada, imponeva di ritenere che rientrasse nella competenza dell’Anas anche il controllo sulle zone esterne al confine stradale rispetto al quale l’ente aveva piena responsabilità della sicurezza degli utenti della strada.

 

Anche le “fasce di rispetto” delle strade vanno monitorate

Inoltre, hanno contestato la motivazione della Corte territoriale che aveva affermato, senza alcuna apprezzabile spiegazione, che il fosso di scolo all’interno del quale era radicato l’albero poi caduto non fosse assimilabile al “fosso di guardia”, limitandosi ad affermare che non rientrava nelle competenze dell’ente la sorveglianza sugli accadimenti che, traendo origine da tale zona limitrofa, potevano compromettere la sicurezza della strada, nonostante la questione fosse decisiva per l’imputazione della responsabilità: al riguardo, lamentavano l’omesso esame dell’ubicazione dei luoghi che dovevano comunque ritenersi sottoposti alla vigilanza dell’Ente gestore, in quanto rientravano nella “fascia di rispetto” sul quale esso doveva esercitarla ex art. 26 co 6 Reg. Es. CdS.3.

Ancora, hanno criticato l’omessa e contraddittoria motivazione per mancata applicazione all’Anas della responsabilità oggettiva ex art. 2051 c.c. 4, la violazione della ripartizione dell’onere della prova in relazione alla posizione della proprietaria confinante della pertinenza stradale, non essendo stata esaminata l’appartenenza del fosso di scolo sul quale era stata accertata la presenza dell’albero, e il mancato raggiungimento della prova circa l’esimente del caso fortuito.

La Cassazione accoglie le censure

Ragioni che la Cassazione accoglie.

La Corte territoriale ha reso una motivazione illogica – scrivono gli Ermellini – perché, a fronte della statuizione del Tribunale che aveva accertato che l’albero era situato in un canale di scolo prospiciente la strada assumendo che tale zona non rientrava nella proprietà dell’Anas, ha affermato che nessuna prova era stata fornita circa l’appartenenza dell’area stradale dove era stato rinvenuto l’albero, con ciò omettendo di ricorrere al principio iura novit curia che imponeva proprio al giudice, sulla base dei fatti emersi dagli atti di causa ( dai quali era risultato che l’albero era radicato nel fosso di scolo e si era abbattuto sulla strada ) di individuare il soggetto responsabile della sorveglianza e della manutenzione del luogo dove si era verificato l’incidente”.

 

L’inversione dell’onere della prova

Al riguardo, la Suprema Corte rammenta di aver già avuto modo di chiarire che “il danneggiato che agisca per il risarcimento dei danni subiti mentre circola sulla pubblica via è tenuto alla dimostrazione dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con la cosa in custodia, ma non anche dell’imprevedibilità e non evitabìlità dell’insidia o del trabocchetto, né della condotta omissiva o commissiva del custode, gravando su quest’ultimo, in ragione dell’inversione dell’onere probatorio che caratterizza la peculiare fattispecie di cui all’art. 2051 c.c., la prova di aver adottato tutte le misure idonee a prevenire che il bene demaniale potesse presentare, per l’utente, una situazione di pericolo occulto, nel cui ambito rientra anche la valutazione della sua prevedibilità e visibilità rispetto alle concrete condizioni in cui l’evento si verifica (cfr. in termini Cass. 11802/2016)”.

L’esimente del caso fortuito

Gli Ermellini ricordano inoltre che la responsabilità della Pubblica Amministrazione  di cui all’art. 2051 c.c. “opera anche in relazione alle strade pubbliche, con riguardo, tuttavia, alla causa concreta del danno, rimanendo i soggetti che ne hanno la custodia liberati dalla responsabilità suddetta solo ove dimostrino che l’evento sia stato determinato da cause estrinseche ed estemporanee create da terzi, non conoscibili né eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione, ovvero da una situazione che imponga di qualificare come fortuito il fattore di pericolo, avendo esso esplicato la sua potenzialità offensiva prima che fosse ragionevolmente esigibile l’intervento riparatore dell’ente custode”.

 

I principi in materia di responsabilità degli Enti gestori

E qui la Cassazione ricorda alcuni principi fondamentali in materia di responsabilità degli enti proprietari delle strade, citando precedenti “arresti”. In primis, “in tema di circolazione stradale è dovere primario dell’ente proprietario della strada (e dell’Anas, in relazione alle strade e autostrade che le sono affidate e in relazione alle quali esercita i diritti e i poteri attribuiti all’ente proprietario) garantirne la sicurezza mediante l’adozione delle opere e dei provvedimenti necessari.

Ne consegue che sussiste la responsabilità di detto ente in relazione agli eventi lesivi occorsi ai fruitori del tratto stradale da controllare, anche nei casi in cui l’evento lesivo trova origine nella cattiva o omessa manutenzione dei terreni laterali alla strada, ancorché appartenenti a privati, atteso che è comunque obbligo dell’ente verificare che lo stato dei luoghi consenta la circolazione dei veicoli e dei pedoni in totale sicurezza” (cfr. Cass. 23562/2011; Cass. 15302/2013)”.

 

L’ente proprietario della strada deve vigilare anche sui fondi confinanti

Inoltre, “l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito, benché non abbia la custodia dei fondi privati che la fiancheggiano e, quindi, non sia tenuto alla loro manutenzione, ha l’obbligo di vigilare affinché dagli stessi non sorgano situazioni di pericolo per gli utenti della strada, nonché – ove, invece, esse si verifichino – quello di attivarsi per rimuoverle o farle rimuovere, sicché è in colpa, ai sensi del combinato disposto degli articoli 1176, secondo comma, cod. civ. e 2043 cod. civ., qualora, pur potendosi avvedere con l’ordinaria diligenza della situazione di pericolo, non l’abbia innanzitutto segnalata ai proprietari del fondo, né abbia adottato altri provvedimenti cautelativi, ivi compresa la chiusura della strada alla circolazione” (cfr. Cass 22330/2014; Cass. 6141/2018)”.

Gli errori della Corte territoriale

Gli Ermellini sottolineano quindi come la Corte territoriale, nel caso di specie, abbia del tutto omesso di attenersi a tale impostazione interpretativa, “rendendo oltretutto una motivazione apparente ed illogica: infatti, il rapporto di custodia è stato espressamente riferito non alla strada statale, indiscutibilmente intestata all’Anas, con le conseguenti responsabilità da accertare, ma all’albero su di essa caduto; ed è stato affermato apoditticamente che ciò escludeva che ricorressero i presupposti sia per affermare la responsabilità dell’ente in relazione ad entrambe le fattispecie dedotte ( ex art. 2051 ed ex art. 2043 c.c ) sia per ritenere ascrivibile il danno alla proprietaria dell’area confinante chiamata in causa, affermando che non era stata provata dagli attori la proprietà di essa”.

Così facendo, in buona sostanza, i giudici d’appello “non hanno tratto coerenti conclusioni dalla pur giusta premessa, secondo cui la titolare dell’azienda agricola proprietaria dei terreni confinanti era stata chiamata a rispondere in qualità di corresponsabile dell’evento dannoso, visto che la richiesta risarcitoria doveva intendersi estesa alla chiamata poiché la diversità e pluralità delle condotte produttive dell’evento dannoso non dà luogo a distinte obbligazioni risarcitorie, non mutando l’oggetto del giudizio”.

In altee parole, i giudici di seconde cure nell’impugnata sentenza hanno reso una motivazione che, in ordine alle conseguenze che ne potevano logicamente derivare, non ha tenuto conto, violando l’art. 115 cpc, “che la proprietà dell’area confinante con la strada teatro del sinistro non era mai stata contestata e che, soprattutto, era stato proposto uno specifico motivo sulla mancata applicazione del principio di presunzione di comproprietà fra i confinanti del fosso interposto, ex art. 897 co 1 e 2 cc, disposizione invero ignorata dalla Corte territoriale.

Il giudice del rinvio dovrà riconsiderare anche l’aspetto del caso fortuito

In conclusione, le censure sono state accolte e la sentenza cassata, con rinvio alla Corte d’Appello di Firenze in diversa composizione per il riesame della controversia alla luce dei principi di diritto evidenziati, e tra le questioni che il giudice del rinvio dovrà riconsiderare vi è anche quella del caso fortuito, dato che la Corte territoriale, avendo escluso la sussistenza del presupposto per affermare la responsabilità dell’Anas, aveva ritenuto superfluo argomentare in termini di interruzione del nesso causale per caso fortuito dovuto alle avverse condizioni atmosferiche.