Ormai è praticamente (e amaramente) certificato: il 2017 è stato un “annus horribilis” sul fronte della sicurezza sul lavoro. I dati complessivi non sono sono stati ancora elaborati, ma quelli sui primi undici mesi dell’anno, appena diffusi dall’Anmil, l’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro, confermano un aumento degli infortuni e soprattutto delle morti sul lavoro rispetto al 2016: un trend che difficilmente potrà essere invertito dalle risultanze di dicembre.

Nel periodo tra gennaio e novembre 2017 gli incidenti sul lavoro sono stati 589.495, contro i 587.599 dello stesso periodo di riferimento del 2016, in percentuale +0,3%, anche se è vero che l’incremento è dovuto agli infortuni in itinere (88.213 contro 85.648, +3,0%): quelli in occasione di lavoro, 501.282, sono pressoché inalterati (-0,1%) sull’anno precedente (501.951).

A preoccupare maggiormente, tuttavia, è il numero di vittime, 952 in undici mesi, contro le 935 del periodo gennaio-novembre 2016, +1,8%, e qui sono in aumento sia le morti in occasione di lavoro (694, +1,2%), sia quelle in itinere (258, +3,6%).

Nell’analisi sugli impietosi numeri, l’Anmil non ha dubbi nell’individuare la causa di questo preoccupante incremento nella ripresa economica: si lavora di più e quindi, “inevitabilmente”, ci si infortuna di più. Non è un caso che il calo di infortuni e di vittime abbia caratterizzato in particolare gli anni della profonda crisi, tra il 2008 e il 2014, crisi che, producendo un forte taglio di produzione e di lavoro, ha ridotto l’esposizione al rischio, e quindi gli infortuni stessi. Così come non è un caso che nel 2015 e nel 2016, con i primi segnali di risveglio dell’economia, questo calo degli infortuni abbia cominciato a dare segni di un sensibile rallentamento, finché nel 2017 è cominciata, già dai primi mesi, una crescita via via più consistente, anche se si è attenuata nell’ultimo mese di novembre. E la stessa dinamica si può cogliere anche analizzando le morti bianche. A rafforzare ulteriormente questa interpretazione sta il fatto che i settori che fanno registrare i maggiori aumenti in termini infortunistici sono proprio quelli legati ad attività industriali in cui si riscontrano più marcati segnali di ripresa produttiva.

Resta però il fatto che per la prima volta, dopo oltre 25 anni, si assiste ad una crescita contemporanea sia degli infortuni sia delle morti sul lavoro: un prezzo inaccettabile da pagare per un Paese civile, una strage quotidiana che non può essere “sacrificata” sull’altare della ripresa dell’economia.